21 Ottobre 2026

Zarabazà

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Valentina De Matteis: quando la memoria deve ricostruire il tempo

È un libro che un poco spezza e un poco ricostruisce. Mi divido dentro la lettura tra angoscia e rinascita. La cosa che trovo più interessante dentro “La linea di mezzo” è forse quella frattura temporale che lentamente diventa anche struttura narrativa: così muove la penna Valentina De Matteis che parte dalla luce ingenua di un innamoramento e arriva a un punto nel quale il tempo, letteralmente, smette di essere affidabile. Prima Davide è attesa, sguardo, sigaretta durante una pausa, dialoghi, macchina, distanza. Poi arriva il 16 dicembre 2006 e ogni misura precedente perde consistenza. Il libro funziona soprattutto quando resta aderente a questa memoria elementare, quasi domestica, quasi di sintesi… e la sintesi è un piccolo dono di questa scrittura. Nella sintesi esiste il “normale” di tutto che diamo per scontato. Le giornate di lavoro, i messaggi, le esitazioni di un rapporto mai del tutto definito acquistano peso proprio perché conosciamo la fine verso cui stanno marciando. È una specie di paradosso: la normalità diviene drammatica soltanto dopo.

Dunque la scrittura non cerca virtuosismi letterari ma tutt’altro: spesso, ripeto, si fa semplice, reiterativa, edifica abitudini anche in me che sono al di qua delle pagine, emotivamente scoperta, talvolta persino troppo esplicita nel dichiarare quello che il lettore aveva già intuito. E proprio qui si incontra anche il suo limite: avrei lasciato qualche silenzio in più, qualche zona non spiegata, soprattutto nelle pagine sentimentali. E allora quella “linea di mezzo” non separa soltanto vita e morte. Divide ciò che ricordiamo da ciò che dobbiamo imparare nuovamente a chiamare vita.