23 Settembre 2026

Zarabazà

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Elvira Sciurba: il nome come ultimo luogo in cui tornare

Paura e prigione, dove il silenzio significa difesa o sconfitta. Dentro questo titolo – “Io sono Matteo. Numero 147” – viene custodito già l’intero conflitto del nuovo romanzo di Elvira Sciurba: da una parte un nome, dall’altra un numero. Due modi opposti di concepire un’esistenza. Il primo riconosce, chiama, restituisce unicità; il secondo cataloga, disciplina, cancella. Tutta la storia di Matteo sembra muoversi nella distanza che separa queste due parole. Suddiviso in cinque parti, trentadue capitoli e un epilogo, il romanzo procede come una lunga ricomposizione della memoria. Il protagonista tenta per anni di costruire una vita sopra ciò che ha rimosso, ma il passato non accetta di diventare archeologia. Riaffiora per immagini, odori, corpi, luoghi. E soprattutto attraverso quella sensazione originaria di essere stato sottratto a sé stesso quando, ancora bambino, nel collegio il suo nome veniva sostituito dal 147. La Sciurba adotta una prima persona molto esposta, spesso ruvida, che non cerca una distanza rassicurante dal trauma. Per questo molti tratti del romanzo si manifestano con spigolosa viscosità. Dentro la trama Matteo racconta con il linguaggio dell’adulto ma conserva, in molti passaggi, lo sguardo del bambino incapace di comprendere pienamente ciò che sta accadendo – e qui inevitabile il rimando (forse tutto mio personale) ad Olden. È proprio questo scarto a rendere particolarmente dolorose alcune pagine: il lettore conosce il significato di gesti che il piccolo Matteo non sa ancora decifrare. Il dialetto siciliano entra nella narrazione come memoria sonora di un ambiente e insieme come veicolo del giudizio collettivo – e anche qui la crudezza della realtà che passa inevitabilmente per il quotidiano della lingua. Palermo, il paese d’origine e Roma diventano così più di semplici scenari: sono differenti possibilità dell’identità. Roma apre, Palermo richiama e ferisce, il collegio resta il labirinto primario da cui tutto sembra originarsi. Non sempre il romanzo sceglie la sottrazione. In alcuni passaggi la volontà di spiegare e denunciare prevale sul non detto e accumula una materia narrativa già molto intensa. Eppure questa esplicitezza appartiene alla natura stessa del libro: Sciurba non vuole costruire un dolore elegante, ma obbligare quella sofferenza a uscire dall’ombra.

Alla fine resta proprio questo: un uomo che torna a pronunciare il proprio nome. Il Numero 147 non viene cancellato, perché il passato non si cancella. Smette però di essere una condanna. Diventa memoria. E la memoria, quando trova una voce, può finalmente smettere di essere una cella. Sono uscito di prigione finalmente…