Esistono vuoti che non hanno ancora un nome. Restano lì, tra le cose quotidiane, finché qualcuno non trova le parole giuste per attraversarli, e allora, quasi per miracolo, diventano meno soli. Giulio Cesare Giacobbe ha scritto un libro per colmare esattamente quella distanza tra il non detto e il dicibile: si intitola Come superare la perdita – In viaggio col Buddha, esce per Crêuza de Mä Edizioni, e racconta il tentativo di trovare parole per un’assenza che a lungo era sembrata indicibile, quella lasciata da un figlio che non c’è più.
Giacobbe arriva a questo libro da psicologo, da docente, da autore che per decenni ha insegnato agli altri a capire se stessi con parole semplici e dirette. Ma qui la sua competenza clinica si piega, si mette in ascolto di qualcosa che nessuna teoria può addomesticare: la morte del figlio Yuri. È in questo incontro tra il sapere dello studioso e la vulnerabilità dell’uomo che il libro trova la sua voce più autentica, quella di chi non scrive per spiegare il dolore, ma per restarci dentro con onestà, portando il lettore con sé.
Il libro si legge come si percorre una strada sconosciuta, un passo dopo l’altro, senza sapere con certezza dove porterà. India, Tibet, Nepal, Cina, Tunisia: sono luoghi che attraversano il corpo di chi scrive, ma sono soprattutto stati dell’anima, tappe di un pellegrinaggio che si muove tra il fuori e il dentro senza mai perdere il contatto con la propria ferita. Ogni incontro, ogni gesto di meditazione, ogni silenzio custodito in un monastero diventano strumenti con cui Giacobbe impara a guardare il dolore da un’altra distanza, non per renderlo meno reale, ma per renderlo, finalmente, guardabile.
C’è, in questo cammino, un continuo dialogo tra assenza e presenza, forse il cuore pulsante di tutto il libro. Yuri non c’è più, eppure la sua presenza attraversa ogni pagina, si fa sentire in una figura che ritorna costantemente: un Buddha che spesso, negli occhi dell’autore, prende i tratti del figlio scomparso. Non è un’invenzione consolatoria, ma un modo per continuare a parlargli, per tenere viva una relazione che la morte ha interrotto solo nella forma, non nella sostanza. È qui che il libro dice, senza mai dichiararlo apertamente, che l’amore per chi non c’è più non smette di esistere: cambia soltanto linguaggio.
La scrittura di Giacobbe accompagna questo percorso senza mai appesantirlo. È una prosa semplice, vicina, capace di rivolgersi a chi sta attraversando un momento difficile senza mai ridurre la sofferenza a un problema da risolvere. Non ci sono formule, non ci sono promesse di guarigione definitiva: c’è piuttosto l’invito a considerare che si possa imparare a convivere con ciò che non si può cambiare, trovando in quella convivenza una forma nuova, più matura, di serenità.
Anche in questo caso Crêuza de Mä conferma la propria identità editoriale, quella di un progetto che non si accontenta della sola pagina scritta. Attraverso un QR code posto sul retro del volume, i lettori possono accedere all’intervista “In viaggio con Giacobbe”, un contenuto pensato per ampliare l’esperienza di lettura e portare la voce reale dell’autore direttamente dentro le case di chi lo legge, in un dialogo che continua oltre l’ultima pagina.
Chiudere questo libro significa portarsi dietro qualcosa che va oltre la storia di un padre e di un figlio. È una storia nata da un dolore intimo e specifico che, pagina dopo pagina, si allarga fino a diventare universale, capace di parlare a chiunque abbia conosciuto una perdita, una trasformazione, o semplicemente il bisogno di ritrovare un equilibrio dopo che qualcosa, dentro, si è spezzato per sempre.


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