8 Dicembre 2021

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Minori adottati, la comunicazione tra genitori e figli fattore predittivo del loro benessere

I risultati di uno studio cross national con tre Paesi europei oltre all’Italia condotto dai ricercatori del Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica presentato alla 7° edizione dell’International Conference on Adoption Research, che si è conclusa ieri venerdì 9 luglio.

MilanoLa comunicazione nelle famiglie adottive si è rivelata uno strumento fondamentale per promuovere la sintonizzazione tra genitori e figli. «Infatti, se informare i figli adottivi della loro storia gradualmente e nel rispetto delle fasi di sviluppo cognitivo ed emotivo è un diritto dei minori e un dovere dei genitori, occorre fare di più, ovvero prestare attenzione al “come” e non solo al “cosa” si comunica – ha dichiarato Rosa Rosnati, psicologa dell’adozione dell’Ateneo, che ha curato l’organizzazione di questa edizione di ICAR. Un passaggio importante affinché i figli possano comprendere e integrare le informazioni nel proprio concetto di sé e nella propria storia di vita, perché riescano a connettere passato e presente e a mettere le basi per la costruzione del loro futuro».

Questa tematica è al centro della ricerca cross-national promossa dal Centro di Ateneo di Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica che coinvolge oltre l’Italia tre Paesi  europei (Francia, Spagna e Norvegia) e che indaga l’adattamento e la qualità delle relazioni familiari e sociali, confrontando gli adolescenti (13 – 17 anni) adottati in questi Paesi. La ricerca è stata presentata nel corso della 7° edizione dell’International Conference on Adoption Research  2021 conclusa ieri e quest’anno ospitata dal 6 al 9 luglio via web dal Centro di Ateneo.

Lo studio ha coinvolto in particolare 134 famiglie adottive (madre, padre e figlio adolescente), con l’obiettivo di verificare se e in che misura una comunicazione aperta possa promuovere il benessere dei figli e quali siano i fattori che possono contribuire a favorire il dialogo e il confronto all’interno delle famiglie anche su tematiche legate all’adozione.

Sono emerse interessanti differenze “generazionali”: i figli in generale riportano livelli inferiori di apertura comunicativa sia con la madre sia con il padre rispetto a quanto riportato dai genitori stessi. Madri e padri evidenziano un buon livello di accordo tra loro, mentre le percezioni tra genitori e figli, come spesso succede, non collimano. I genitori da parte loro forse sovrastimano il grado di apertura e di soddisfazione nella comunicazione con i figli rispetto a questioni legate alla loro storia adottiva, al loro passato, mentre i figli sono più critici e meno soddisfatti, non sempre si sentono del tutto capiti dai genitori e mostrano maggiori difficoltà nel condividere con i loro genitori adottivi i propri pensieri e sentimenti rispetto all’adozione.

È emerso, inoltre, che ad alti livelli di apertura comunicativa (così come viene percepita da tutti i membri della famiglia) corrispondono bassi livelli di problemi emotivo comportamentali.

Infine, la ricerca ha evidenziato che la coesione familiare, ovvero la vicinanza emotiva, rappresenta una risorsa utile a creare un contesto che facilita l’apertura comunicativa tra genitori e figli.

Gli altri tre Paesi partner dello studio hanno concentrato la propria analisi sui problemi di salute degli adolescenti, sulla discriminazione e il bullismo, e sulla riuscita scolastica.

La ricerca rileva più in generale che parlare dell’adozione con i minori adottati è un processo che si svolge nella quotidianità e lungo tutto il percorso della famiglia adottiva e che si ripropone in particolare nelle transizioni critiche del ciclo di vita, quale quella adolescenziale.

I genitori sono chiamati a riconoscere l’interesse e la curiosità dei propri figli per la propria famiglia di nascita, facilitando le domande e la condivisione di pensieri e sentimenti e tenendo conto delle diverse fasi dello sviluppo cognitivo ed emotivo del minore, della sua capacità di comprendere e integrare le informazioni nel proprio concetto di sè e nella propria storia di vita. Compito dei genitori adottivi è aiutare il figlio a costruire e condividere i significati legati alla storia dell’adozione e sostenerli nel far fronte alle emozioni legate alla perdita connessa all’adozione (perdita dei genitori di nascita e di eventuali altri parenti e fratelli, delle persone che si sono prese cura di loro nel periodo successivo, dei compagni di istituto, dell’eventuale famiglia affidataria, perdita del paese, della cultura, e così via) e nel mantenere il contatto con le origini, e infine aiutarlo a integrare la loro esperienza adottiva nella propria storia e come parte della propria identità. Questo processo è chiamato attunment, ovvero un processo di sintonizzazione reciproca relativamente ai significati e alle emozioni legati alla storia passata. Ciò consente al figlio di costruire la sua identità, connettendo il presente al passato, per poter progettare con maggiore fiducia il futuro.

Il Centro di Ateneo ha presentato a ICAR 7 anche un secondo studio condotto insieme con l’Istituto Universitario Salesiano Rebaudengo di Torino riguarda il primo “bilancio” della propria storia e l’interesse per la ricerca delle origini.

La ricerca, ancora in corso, ha coinvolto 69 adulti in adozione nazionale e internazionale per indagare due aspetti. Il primo riguarda l’ascolto della loro storia, il parere sugli aspetti positivi e su quelli che invece consiglierebbero di cambiare nel processo di adozione. Il secondo è relativo alla ricerca delle origini, un tema su cui dall’adolescenza in avanti il 70% degli intervistati si è posto e la metà di loro ha effettivamente avviato la ricerca.

Il dato significativo emerso è che la scelta o meno di intraprendere un percorso di ricerca e il desiderio di avviare una ricerca delle origini sono risultati correlati al livello di incertezza legato alla propria identità, al bisogno di ricomporre i “pezzi” del proprio sé e dare un senso. 

Hanno preso parte allo studio 69 adulti adottati di età compresa tra 19,1 e 65,6 anni (m = 35 anni), 16 maschi e 53 femmine, 26 in adozione nazionale e 43 in adozione internazionale tra il 1956 e il 2008, in media a 2,28 anni. 

Una necessità emersa chiaramente, oggetto anche delle riflessioni di ICAR 7 è un maggiore sostegno da parte degli operatori nel tempo, sia rivolto ai genitori e alla famiglia negli anni del post-adozione, sia rivolto agli stessi adottati soprattutto quando si affacciano all’adolescenza e alla vita adulta.

Il 70% circa dei partecipanti alla ricerca riporta un desiderio forte di avere maggiori informazioni sulle proprie origini che, per la maggior parte di loro, emerge soprattutto tra i 20 e i 30 anni.

Oltre a voler conoscere meglio fatti e motivazioni, le persone di cui vorrebbero maggiori informazioni sono in primo luogo la madre di nascita, ma in ordine di priorità anche i fratelli, il padre e le persone che si sono prese cura di loro nel periodo pre-adottivo.

Ma solo nella metà delle storie incontrate nello studio, gli adottati hanno concretamente avviato una ricerca delle origini, mentre il 5% non intende cercare, il 22% ha solo fantasticato di avviare la ricerca e il 17% infine ha pianificato di farlo.

I lavori di ICAR 7 che hanno impegnato gli oltre 200 esperti e ricercatori di 27 Paesi nel mondo sono terminati con la sessione plenaria finale dedicata al recupero dei minori adottati dopo esperienze traumatiche e istituzionalizzazione, moderata da Rosa Rosnati.

Gli effetti della malnutrizione nei primi anni di vita dei bambini, del caregiving tra i minori durante e dopo l’istituzionalizzazione, i modelli clinici per valutare i bambini esposti a droghe e alcool nella fase prenatale, programmi e risorse per l’adozione sono stati i temi affrontati nella fase conclusiva del convegno internazionale con il contributo in particolare dei keynote speaker Laurie Miller, Rifkat Muhamedrahimov, Judith Eckerle, David Cross.