La dottoressa Immacolata Savarese, pediatra e neonatologa della Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Il Bambino Gesù è quarto al mondo in pediatria e primo in Europa. Con la dott.ssa Immacolata Savarese entriamo nella neonatologia e nella Terapia Intensiva Neonatale.
Il Bambino Gesù di Roma è quarto al mondo in pediatria e primo in Europa nella classifica World’s Best Specialized Hospitals 2027, elaborata da Newsweek in collaborazione con Statista. Il risultato, rilanciato il 17 settembre da Vatican News, porta l’ospedale romano due posizioni più in alto rispetto alla precedente edizione. Ma nella graduatoria c’è un elemento che permette di andare oltre il numero: accanto all’oncologia, anche la neonatologia viene indicata quest’anno tra le “standout specialties”, le specialità considerate particolarmente distintive nell’ambito della pediatria.
Per la classifica pediatrica sono state prese in esame circa 800 strutture di 35 Paesi, delle quali 250 sono entrate nella graduatoria finale. Il Bambino Gesù è presente nella Top 10 dal 2024 e, secondo i dati riportati da Vatican News, è l’unica struttura italiana tra le prime 25 al mondo in pediatria. Davanti all’ospedale romano figurano tre centri nordamericani: Hospital for Sick Children di Toronto, Boston Children’s Hospital e Children’s Hospital of Philadelphia. Il Bambino Gesù ha inoltre mantenuto la massima valutazione nell’impiego dei Patient-Reported Outcome Measures, strumenti attraverso i quali vengono raccolte direttamente dai pazienti informazioni sullo stato di salute, sul recupero e sulla qualità della vita.
Il presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Tiziano Onesti, ha attribuito il risultato alle persone che ogni giorno lavorano nella struttura e si prendono cura dei bambini.
Il riconoscimento, ha sottolineato, porta con sé anche la responsabilità derivante dalla fiducia delle famiglie e la necessità di continuare a investire nella qualità delle cure, nella ricerca e nell’attenzione alla persona.
Ma cosa significa essere parte di una neonatologia riconosciuta tra le eccellenze internazionali quando si chiude la porta del reparto e davanti al medico non c’è più una classifica, ma un neonato che può pesare poche centinaia di grammi?
Zarbaza lo ha chiesto alla dottoressa Immacolata Savarese, pediatra e neonatologa della Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, professionista che da mesi collabora con la nostra testata negli approfondimenti dedicati alla salute dei bambini e dei neonati. Con lei abbiamo già affrontato temi come la farmacoterapia neonatale e la sicurezza delle cure, la pertosse e la prevenzione pediatrica. Questa volta abbiamo scelto di entrare nel suo lavoro quotidiano.
Dottoressa Savarese, il Bambino Gesù è quarto al mondo, primo in Europa e la neonatologia compare tra le aree di particolare eccellenza. Che significato ha questo riconoscimento per chi lavora ogni giorno in reparto?
«È un risultato che ci rende felici, ma credo che il suo significato più importante sia nel lavoro collettivo che c’è dietro. In neonatologia nessuno può lavorare da solo. Medici, infermieri e tutti i professionisti coinvolti nell’assistenza devono essere una squadra, perché abbiamo davanti bambini estremamente piccoli e fragili. Dietro un riconoscimento internazionale ci sono competenza, organizzazione, formazione continua e un lavoro quotidiano che spesso rimane lontano dagli occhi di chi non conosce questo reparto.»
Una classifica parla di numeri e posizioni. Che cosa significa invece “eccellenza” alle tre del mattino dentro una Terapia Intensiva Neonatale?
«Significa essere pronti. Le condizioni di un neonato possono richiedere attenzione continua e decisioni rapide. Bisogna osservare i parametri, valutare ciò che sta accadendo, confrontarsi con l’équipe e utilizzare tecnologie molto avanzate senza dimenticare mai che davanti a noi non c’è un caso clinico, ma un bambino. E accanto a quel bambino ci sono una madre e un padre che stanno vivendo uno dei momenti più delicati della loro vita.»
È difficile spiegare a una madre e a un padre che bisogna aspettare e che, in quel momento, non è possibile promettere quale sarà l’evoluzione?
«È una delle parti più difficili del nostro lavoro. Dobbiamo essere sinceri. Non possiamo promettere quello che non sappiamo, ma possiamo spiegare ciò che sta accadendo, quello che stiamo facendo e perché lo stiamo facendo. I genitori hanno bisogno di comprendere e di sentirsi accompagnati. La comunicazione non è qualcosa che viene dopo la cura: è parte della cura.»
In Terapia Intensiva Neonatale convivono tecnologia sofisticata e bambini piccolissimi. Come si fa a non trasformare il paziente in una sequenza di parametri sul monitor?
«Ricordandoci sempre che il monitor ci aiuta a curare il bambino, ma non è il bambino. I numeri sono indispensabili, così come le apparecchiature e gli esami, ma bisogna osservare il neonato nella sua interezza. E bisogna vedere anche la famiglia. La tecnologia è uno strumento straordinario quando rimane al servizio della persona.»
Ci sono giornate nelle quali un bambino migliora e altre nelle quali, nonostante tutto ciò che la medicina può fare, l’esito può essere diverso da quello sperato. Come si impara a convivere con questa parte della neonatologia senza perdere lucidità e senza diventare insensibili?
«Non credo che si debba diventare insensibili. Alcune situazioni inevitabilmente rimangono dentro di noi. Dobbiamo però imparare a gestire le emozioni perché, nel momento in cui il bambino ha bisogno di noi, dobbiamo essere lucidi e capaci di prendere le decisioni appropriate. Essere professionisti non significa smettere di sentire. Significa riuscire a mantenere insieme competenza e umanità.»
Oggi leggiamo che il Bambino Gesù è quarto al mondo nella pediatria e primo in Europa. Domani lei tornerà in reparto. Quando si chiude la porta della Terapia Intensiva e davanti a lei c’è un neonato di poche centinaia di grammi, quanto conta ancora quella classifica?
«La classifica è un riconoscimento importante e ci rende orgogliosi del luogo in cui lavoriamo. Ma quando sei davanti a un bambino tutto torna alla responsabilità che hai in quel momento. Quel neonato non ha bisogno di sapere in quale posizione siamo nel mondo: ha bisogno che ciascuno di noi faccia bene il proprio lavoro. Credo che il significato più vero di un riconoscimento del genere sia proprio questo: ricordarci il livello di responsabilità che abbiamo verso ogni bambino e ogni famiglia che si affidano a noi.»
Il quarto posto mondiale del Bambino Gesù appartiene all’ospedale e alla sua comunità professionale. Entrare nella quotidianità di una neonatologa aiuta però a comprendere cosa c’è dietro una graduatoria internazionale: assistenza a bambini estremamente fragili, tecnologie avanzate, monitoraggio continuo, lavoro di équipe e rapporto con le famiglie.
La dottoressa Immacolata Savarese svolge attività pediatrica anche in regime intramoenia presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e visite pediatriche domiciliari nel Comune di Fiumicino. Per le famiglie, il valore di un’eccellenza sanitaria si misura anche nella possibilità di trovare competenze specialistiche e continuità nell’assistenza, dalla cura ospedaliera alla pediatria sul territorio.


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