Nell’universo pittorico di Erez Cohen, l’evoluzione umana non è guidata dalla natura ma dalla pressione psicologica della società contemporanea. Per sopravvivere alla manipolazione mediatica, al consumismo e all’ossessione per la prestazione, il corpo ha sviluppato una pelle sintetica, lucida e resistente: una mutazione non biologica ma sociale. I soggetti di Cohen appaiono perfetti e inalterabili ma sotto la maschera di plastica batte un’umanità intatta fatta di organi, fragilità e emozioni da reprimere. Con il passare del tempo però la protezione cede: traumi, solitudine e memoria repressa creano crepe e ferite sulla superficie sintetica. Non sono difetti ma la prova che l’anima sta ancora cercando di respirare. Cohen esplora il confine tra umano e artificiale, mettendo in luce il conflitto tra ipocrisia e autenticità. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista.
Dal design automobilistico e dalla moda a Firenze fino alla pittura: quali esperienze di quelle discipline continuano a vivere nel tuo modo di costruire un’immagine?
Ciò che accomuna queste esperienze è la ricerca della bellezza e i corpi lucidi e perfetti dei miei personaggi che richiamano il design delle macchine ma mentre il design e la moda riguardano fattori esteriori, la pittura mi ha dato la possibilità di dare voce anche all’interiorità.
Come è cambiato il tuo sguardo da quando vivi in Sicilia?
Provengo da una cultura molto più veloce e performante, la Sicilia mi ha restituito il valore della lentezza e della semplicità del vivere. Avendo meno distrazioni e vivendo in un contesto marginale rispetto a quello della grande città, il gesto pittorico ha assunto una dimensione totalizzante.
Nelle tue opere il corpo sviluppa una pelle lucida, sintetica e resistente: perché hai scelto proprio la pelle come superficie dove la società contemporanea lascia le sue tracce?
Perché la pelle è la parte di noi che mette in contatto il “dentro” con “il fuori”, è la parte più sensibile alle influenze del mondo esterno.
I tuoi personaggi sembrano perfetti e impenetrabili ma portano crepe e ferite. Cosa rappresentano per te quelle fratture?
Innanzitutto il colore dell’involucro di plastica che avvolge i personaggi richiama emozioni diverse per es. il grigio incertezza, il giallo gioia, il rosa fragilità etc… Le fratture sono l’espressione dell’umanità che irrompe dalla gabbia di perfezione a cui siamo inchiodati. Rappresentano il tentativo di sfuggire alla manipolazione e al controllo della società contemporanea, in un certo senso possono essere interpretate come una forma di resistenza all’ipocrisia del potere.
Ti sei perfezionato con maestri come Paolo Tagliaferro, Marco Condrò e Fabiano Millani: cosa hai appreso da ciascuno di loro e cosa hai dovuto dimenticare per trovare la tua propria voce?
Da tutti loro ho imparato la tecnica iperrealistica; da Paolo ho appreso la disciplina e la ricerca del dettaglio, Marco mi ha insegnato ad esprimermi senza intaccare la tecnica, di Fabiano ho apprezzato il contrasto tra pelle umana e involucro artificiale. Nonostante fossero stati preziosi per me, ho dovuto dimenticare la loro arte per potermi chiedere quale strada volessi percorrere io.


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