16 Settembre 2026

Zarabazà

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I disastri e i disagi umani: la lamentela fa più audience della soluzione

Una farmacia distante diventa il simbolo di una città abbandonata. Sessantasette grammi di latte in meno, invece, possono risolvere un problema durato anni. Tra le due cose passa una domanda semplice: davanti a un disagio cerchiamo davvero una soluzione o qualcuno a cui attribuire la colpa?

A Ferragosto, a Caltanissetta, era aperta una sola farmacia di turno. Per alcuni non si è trattato di un servizio garantito in un giorno festivo, ma dell’ennesima prova che la città sarebbe invivibile, abbandonata, «indietro anni luce». La distanza dal centro, le difficoltà degli anziani senza automobile e la chiusura degli altri esercizi sono diventate rapidamente un disastro collettivo.

Immaginiamo, però, una famiglia tipo. Proprio quel giorno due anziani hanno bisogno di uno sciroppo per la gola: una necessità piccola ma reale, peraltro difficile da prevedere nel mese di agosto. Un familiare cerca online la farmacia di turno, scopre che si trova in zona Bloy e che è lungo il percorso tra una casa e l’altra. Entra, compra lo sciroppo e ne approfitta persino per fare scorta di aspirina.

Gli anziani vengono accuditi, il mal di gola passa e nessuno rimane senza assistenza. Per quella famiglia la città ha funzionato.

Questo significa che non esiste alcun problema? Certamente no. Un anziano solo, una persona senza automobile o qualcuno con difficoltà motorie può incontrare un ostacolo serio nel raggiungere la farmacia di turno. Ma il suo è innanzitutto un problema di mobilità e di assistenza alla fragilità. Aprire una seconda farmacia non garantirebbe automaticamente che questa si trovi accanto alla sua abitazione.

Le soluzioni possibili hanno nomi molto meno spettacolari di «vergogna» e «disastro»: trasporto sociale, consegna domiciliare, informazione accessibile sui turni, reti familiari e di vicinato. Richiedono organizzazione, responsabilità e collaborazione. Soprattutto, non producono la stessa audience di un post indignato.

Il Ferragosto visto dai social

La farmacia non era un caso isolato. Scorrendo i social nei giorni di Ferragosto sembrava che la Sicilia fosse attraversata da una successione ininterrotta di catastrofi. Caltanissetta diventava una «borgata» perché da un’altra città si vedevano i fuochi d’artificio; una fotografia accompagnata da un numero enorme trasformava la povertà in uno slogan; una bottiglia d’acqua venduta a sette euro in una località turistica diventava la prova che tutta l’isola fosse ormai ostaggio della speculazione.

Poi c’erano le spiagge: fotografate stracolme il 15 agosto come dimostrazione del caos e, nello stesso tempo, invocate come luoghi che dovrebbero rimanere accessibili, economici e tranquilli proprio nel giorno in cui tutti decidono di frequentarle. C’era l’Etna, naturalmente, capace di trasformare ogni difficoltà aeroportuale nell’occasione per dichiarare sbagliata un’infrastruttura, invocare un altro aeroporto o accusare qualcuno di non aver previsto anche la direzione della cenere vulcanica.

Persino la satira sul «fumo delle grigliate» che avrebbe chiuso l’aeroporto appariva, nel suo dichiarato paradosso, meno esagerata di alcuni commenti presentati come analisi serie. La satira sa di deformare la realtà per farci ridere; l’indignazione social spesso deforma la realtà credendo di descriverla.

Nello stesso flusso comparivano però anche immagini diverse: una farmacia che augurava buon Ferragosto mentre qualcuno del suo personale garantiva il servizio; una processione che attraversava le strade di Caltanissetta; una proposta contro lo spreco alimentare presentata il 16 agosto; famiglie, fedeli, clienti e lavoratori che continuavano a vivere la città. Queste immagini raccoglievano meno rabbia perché non indicavano un colpevole. Raccontavano semplicemente una comunità imperfetta ma funzionante.

Non si tratta di negare la fame, i prezzi ingiusti, le difficoltà dei turisti o i limiti dei servizi. Una bottiglia d’acqua a sette euro senza scontrino, se il racconto è corretto, merita una segnalazione concreta alle autorità competenti. Ma la segnalazione serve a verificare e possibilmente risolvere un fatto; l’indignazione generica utilizza quel fatto per condannare un’intera città o un’intera regione. La prima può produrre un risultato. La seconda produce soprattutto commenti.

La supposta non scende da sola dallo scaffale

La contraddizione diventa evidente nei giorni festivi. Se a Cefalù bar, ristoranti, negozi e stabilimenti sono aperti, qualcuno protesta perché i servizi costano troppo; qualcun altro denuncia che molte persone sono costrette a lavorare a Ferragosto. Se invece una farmacia è chiusa, si protesta perché nessuno garantisce il servizio sotto casa.

Tutte le sensibilità sono legittime, ma non possono essere sostenute contemporaneamente senza riconoscerne il costo. Non possiamo pretendere ogni attività aperta, prezzi ordinari, nessun lavoratore in servizio nei festivi e una farmacia in ogni quartiere. La supposta, dopo tutto, non scende da sola dallo scaffale: occorre un farmacista che apra il locale, rimanga al lavoro e la consegni.

Chi lavora nei giorni festivi deve avere turni corretti, riposi e maggiorazioni. Allo stesso tempo, chi reclama il servizio dovrebbe ricordare che la propria comodità dipende dal lavoro di un’altra persona. Il diritto all’assistenza non coincide con il diritto ad avere tutto, sempre, esattamente nel luogo e nel momento desiderati.

In caso di vera urgenza sanitaria, inoltre, la città non è priva di presìdi: esistono la guardia medica e il pronto soccorso. Non sostituiscono la farmacia nella normale dispensazione dei medicinali, ma assicurano che un problema urgente non venga lasciato senza valutazione e assistenza. Per le terapie continuative, invece, le famiglie normalmente si organizzano per tempo con le scorte necessarie. Non si può descrivere una città come abbandonata perché, il 15 agosto, per acquistare uno sciroppo o un farmaco da banco occorre percorrere qualche chilometro.

Quando il disagio diventa un’identità

Avvicinandomi al volontariato ho incontrato bisogni autentici, persone vulnerabili e situazioni nelle quali l’aiuto è indispensabile. Ho notato, però, anche un altro fenomeno: talvolta la lamentela diventa una posizione acquisita.

Non ogni difficoltà è frutto di una scelta e sarebbe ingiusto colpevolizzare chi attraversa una condizione che non può controllare. Ma esistono casi nei quali il disagio viene custodito perché offre una giustificazione, procura attenzione o consente di trasferire su altri la responsabilità di cambiare. «Mi devono aiutare» finisce allora per significare: devono risolvere il problema al posto mio e alle mie condizioni.

La differenza è sottile ma decisiva. Aiutare una persona significa rimuovere un ostacolo perché possa recuperare autonomia; assecondare ogni richiesta può invece rendere permanente la dipendenza. A volte il disagio conviene, non necessariamente sul piano economico e non sempre in maniera consapevole: protegge dalla fatica di scegliere, adattarsi o rinunciare a qualcosa.

Seguiamo ancora per qualche giorno questa famiglia tipo, costruita mettendo insieme vicende normalissime che potrebbero appartenere a milioni di famiglie italiane. Fino a una ventina di anni fa, a Ferragosto erano quasi tutti in vacanza e anche il compleanno della nonna si festeggiava fuori città. Negli ultimi anni lei aveva cominciato a lamentare una certa solitudine nel giorno del compleanno, sebbene generalmente fossero presenti più di cinque persone, mai necessariamente tutti.

Quest’anno i familiari fanno coincidere il ritorno in città con quella data e si ritrovano quasi in venti. Alcuni, nonostante le incertezze provocate dall’Etna, partono poi per Tirana. Affrontano l’imprevisto, trovano una soluzione e continuano la vacanza senza trasformare ogni difficoltà in un post di lamentela.

A Ferragosto il vero protagonista è il polpettone preparato dalla nonna. Il 15 i commensali sono pochi e ne rimane parecchio; al punto che, per scherzo, gli assenti reclamano la propria parte persino da Tirana. Uno dei figli, intanto, se lo gode ma deve anche rispettare una scadenza: completare e presentare un progetto. Da quella casa non dispone di ciò che gli occorre per finirlo e inviarlo, perciò a un certo punto deve andare via. Non è mancanza di attenzione, ma una responsabilità concreta da rispettare.

Il 16 torna, dà il colpo di grazia al polpettone e rimane a fare compagnia alla madre fino al pomeriggio inoltrato. Approfittano del tempo anche per dare una pulita alla casa, non perché ne abbia particolarmente bisogno, ma perché è una cosa utile che possono fare insieme. Soltanto dopo, non essendoci altre esigenze, la coppia va per curiosità al centro commerciale. Alla madre era stato proposto di fare qualcosa insieme, qualsiasi cosa fosse compatibile con le circostanze: non specificamente andare per negozi. Era stata la scadenza del giorno precedente a limitare le possibilità, non la volontà di lasciarla sola.

Nel centro commerciale la città, tutt’altro che deserta, continua a vivere. C’è chi acquista, chi prende un caffè, chi gironzola fra i negozi e chi cerca soltanto un po’ di fresco. La coppia entra senza avere bisogno di nulla ed esce con due paia di scarpe da aggiungere alle altre decine già presenti in casa. Mentre sui social una persona su dieci non avrebbe abbastanza da mangiare, loro — senza negare affatto la realtà della povertà — stanno acquistando ciò che non serve. La contraddizione non annulla il bisogno degli altri; ricorda però che una cifra, isolata dalla complessità della vita reale, può raccontare tutto e il contrario di tutto.

E resta anche un piccolo promemoria: talvolta usciamo per cercare una soluzione e troviamo persino un problema nuovo, quello di dove mettere le scarpe.

La donna anziana, in questo periodo, ha difficoltà di mobilità. Alcune soluzioni esistono, ma fatica comprensibilmente ad accettarle perché non vuole mostrarsi pubblicamente su una carrozzina. Non è pigrizia e non è insensibilità da parte dei familiari: è la resistenza umana ad adottare uno strumento che, mentre restituisce autonomia, rende visibile una fragilità che si preferirebbe tenere privata.

È un meccanismo che si ritrova anche altrove. Una persona senza denti può rinunciare alla carne perché non riesce a masticarla, sebbene un frullatore permetterebbe di mangiarla in un’altra forma. La soluzione tecnica esiste, ma può essere rifiutata perché viene percepita come il riconoscimento di una disabilità. Prima di accusare chi rifiuta, dunque, occorre comprendere quella paura; prima di accusare il mondo di non offrire soluzioni, però, occorre anche riconoscere quando una soluzione disponibile siamo noi a non volerla accettare.

La grande soluzione dei 333 grammi

Anche la coppia della famiglia tipo affronta da anni un problema minimo ma ripetitivo. Il nutrizionista ha consigliato una colazione con 200 grammi di latte ciascuno: quattrocento grammi al giorno. Ma i brick contengono un litro; dopo due colazioni rimangono 200 grammi, sufficienti per una sola persona. Il terzo giorno bisognerebbe aprire un secondo brick e utilizzare due tegami per non mescolare il latte delle due confezioni.

Un piccolo disagio domestico ripetuto per mesi, anzi per anni. La coppia avrebbe potuto protestare contro i produttori, chiedere confezioni da 1.200 grammi o accusare il nutrizionista di non conoscere la geometria dei brick. Alla fine prende una bilancia.

La soluzione è sul display: 333 grammi il primo giorno, 333 il secondo e 334 il terzo. Un litro esatto, un solo brick e un solo tegame. Dividendo la quantità in due, ciascuno beve circa 167 grammi di latte anziché 200. Rinunciano a poco più di 33 grammi a testa ed eliminano il problema.

Non è una scoperta scientifica e non cambierà il destino dell’umanità. Eppure dentro quella pentola c’è una piccola filosofia civile: prima di dichiarare insopportabile un disagio, possiamo domandarci quale adattamento siamo disposti a compiere noi.

Il mare non deve essere libero proprio il 15 agosto

Lo stesso principio vale fuori dalla cucina. A Ferragosto la spiaggia è stracolma; il 18 agosto è nuovamente libera. La famiglia tipo quando va al mare? Il 18. E non si lamenta.

Non rinuncia alla spiaggia, al bagno o alla giornata insieme. Rinuncia soltanto alla pretesa di trovare il mare vuoto proprio nel giorno in cui migliaia di persone hanno avuto la stessa idea. Sceglie una data diversa e ottiene ciò che desiderava: meno traffico, più spazio, maggiore tranquillità e probabilmente persino un parcheggio più semplice.

Sembra una banalità, ma contiene la stessa differenza che passa tra il disagio e il disastro. Il disagio è trovare la spiaggia piena il 15 agosto. Il disastro sarebbe non poterci andare mai. Spostare la giornata al 18 non è una sconfitta e non limita la libertà: è il modo più semplice per esercitarla meglio.

Le fotografie rendono inutile ogni discussione: in quella del 15 agosto la spiaggia di Cefalù è gremita; in quelle scattate pochi giorni dopo su un’altra costa siciliana ci sono mare, sabbia e spazio in abbondanza. Non è cambiata la Sicilia. È cambiato il giorno scelto per andarci.

Non sempre possiamo scegliere il giorno, il luogo o le condizioni. Quando possiamo farlo, però, adattare il nostro comportamento è spesso più efficace che pretendere di adattare il comportamento di tutti gli altri.

I disastri fanno rumore, le soluzioni lavorano in silenzio

La lamentela genera consenso immediato. Non richiede verifiche, non distingue il bisogno individuale dall’emergenza collettiva e offre a tutti un responsabile: il sindaco, l’Ordine professionale, i commercianti, la città, la società. Una soluzione, invece, obbliga a misurare il problema, valutarne le dimensioni e accettare qualche compromesso.

Forse per questo un post sul «disastro» raccoglie più attenzione del racconto di un servizio che ha funzionato. Nessuno condivide con entusiasmo la notizia che una famiglia ha cercato una farmacia, l’ha trovata e ha comprato uno sciroppo. La normalità efficiente non fa rumore. Il fallimento presunto, invece, produce commenti, indignazione e appartenenza.

Eppure una comunità non migliora contando le lamentele. Migliora distinguendo i diritti dalle comodità, le fragilità reali dalle pretese, le responsabilità pubbliche da quelle personali. Migliora quando chi può aiutare lo fa e chi può adattarsi non pretende che ogni piccolo ostacolo venga rimosso dal lavoro di qualcun altro.

Nemmeno la famiglia tipo ha raggiunto tutti i risultati desiderati e può attraversare una stagione non particolarmente semplice. Ma la propria storia dipende anche dalle scelte compiute. Attribuire ogni risultato mancato alla città o agli altri sarebbe assolutorio; non aiuterebbe a costruire nulla.

Ci sono disastri veri e ci sono disagi umani. Confonderli rende invisibili entrambi: i primi perdono gravità, i secondi sembrano insolubili. A volte la città deve intervenire. A volte deve intervenire una rete solidale. Altre volte, molto più semplicemente, basta mettere il tegame sulla bilancia, accettare 33 grammi di latte in meno o andare al mare il 18 agosto.

Di famiglie così ne esistono milioni. Ogni giorno affrontano un imprevisto, assistono un anziano, rispettano una scadenza, rinunciano a qualcosa, cambiano programma e trovano una soluzione senza sentirsi obbligate a raccontarlo sui social. La loro normalità non diventa virale proprio perché funziona.

Se tutte pubblicassero le proprie esperienze con la stessa costanza con cui i lamentatori seriali pubblicano ogni scomodità, forse nei social non rimarrebbe più spazio per la rappresentazione permanente del disastro. Scopriremmo che, accanto a ogni problema reale, esistono milioni di persone che non negano il disagio: semplicemente provano a risolverlo.

La lamentela farà anche più audience. Ma è la soluzione che ci permette di fare colazione.