14 Giugno 2024

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NOVE_GINO CECCHETTIN OSPITE DI FABIO FAZIO A CHE TEMPO CHE FA

“Il discorso è nato da un profondo dolore, chiaramente, dal cercare di capire le cause che mi hanno fatto vivere questa tremenda avventura. Ho una mente razionale, quindi mi sono un po’ astratto da quello che era il mero dolore per cercare di capire per prima cosa dove avessi sbagliato io e poi per cercare di dare un aiuto a chi ancora ha la possibilità di salvarsi. Questa mia metodologia, che metto in pratica sul lavoro nella vita quotidiana, mi ha permesso di analizzare i vari punti cercando di trovare le possibili cause che hanno portato a non avere più Giulia con me. È una cosa che ho fatto con il cuore, cercando di trovare una possibile soluzione, ammesso che ci sia e che ci sia la voglia di intraprendere un percorso verso tale direzione. Io sono qui stasera perché mi trovo a mio malgrado a combattere una battaglia di cui non ero a conoscenza prima. Perché io stesso, quando leggevo di femminicidi, ero dispiaciuto per la vittima e per i famigliari, ma poi giravo pagina come penso facciano altre persone. Avendo vissuto un anno fa un altro lutto molto importante, sono mutato come uomo e tutti gli eventi che mi sono capitati quest’anno mi hanno portato a vedere il mondo sotto un altro punto di vista. Devo ringraziare mia moglie Monica per avermi fatto conoscere l’essenza dell’amore e da lì ho imparato a essere un uomo diverso”. Così Gino Cecchettin intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa sul NOVE, raccontando la battaglia che sta combattendo.

Sulla morte della moglie e le parole della figlia Elena: “Racconto solo un episodio che fa capire che quando uno attraversa determinati percorsi e situazione non può che cambiare, non può essere più lo stesso. Negli ultimi giorni di malattia di mia moglie in ospedale, lei era molto affranta e si è addirittura scusata come me e mi ha detto: ‘Scusami, quando ci siamo messi assieme non sapevo che mi sarei ammalata, scusami per tutto questo’. È stata la cosa più vicina alla ‘santità’ e non si può rimanere la stessa persona (sentendosi dire questo). Anche nei confronti dei miei figli è cambiato l’atteggiamento, ho iniziato a dirgli ti voglio bene e ti amo molto più spesso, a Elena, Giulia e Davide, e ho visto che il rapporto nei loro confronti è cambiato. Quindi adesso mi trovo senza una moglie e senza una figlia e con la possibilità di gridare, all’Italia ma non solo – il messaggio sta arrivando anche Oltralpe – che dobbiamo fare tutti qualcosa. Elena, l’altra mia figlia, ha dato un messaggio – io l’ho sempre definita scherzosamente in famiglia ’L’essere superiore’ – e ha centrato veramente il punto. Quando l’ho sentita parlare di Patriarcato, conoscevo la parola ma non il significato nella società moderna. E io supporterò Elena in tutte le sue battaglie, perché è una battaglia che dobbiamo fare tutti”.

Sui femminicidi e patriarcato: “è un problema molto serio e va affrontato nella maniera più drastica. Patriarcato significa che c’è un concetto di possesso, che è forse il cuore della faccenda. La donna vista come proprietà di qualcun altro. Utilizziamo ancora oggi espressioni come ‘la mia donna’, che sembrano inoffensive, ma non è così. È la tua moglie o la tua compagna, non la tua donna. Nel quotidiano dobbiamo iniziare a cambiare il modo di intraprendere una visione della società da un certo punto di vista. Sono quei retaggi culturali che arrivano dal passato e ancora oggi rimangono. Nella stragrande maggioranza dei casi non producono danno, ma in persone che magari sono più deboli e fragili e magari non riescono ad accettare la libertà della donna, la possibilità che essa abbia tutto il diritto di decidere della propria vita, quindi in quei casi sfocia in quella che è la violenza o ancora peggio nel femminicidio”.

Su quello che dovrebbero fare gli uomini: “Dovremmo iniziare dal nostro credo più profondo, quelle che sono le nostre convinzioni, dalle espressioni che usiamo tutti i giorni. L’altro giorno stavo parlando con un amico e mi è uscita l’espressione ‘facciamo un discorso da uomo a uomo’. Tac, mi sono bloccato subito, quella è un’espressione del patriarcato. Perché una discussione da uomo a uomo? Perché poi siamo genitori, educhiamo inconsciamente in una maniera tale da far sì che la società non cambia, che il padre sia ancora padrone, chiaramente con tutte le sfaccettature che ci possono essere nelle varie famiglie, ma dovremmo dare un altro tipo di messaggio”.

Su come ha messo da parte la rabbia e l’odio: “Come ho detto, ho avuto un processo di cambiamento e a un certo punto, quando ti ritrovi a piangere la perdita di una figlia – perché io ho iniziato a piangere per Giulia già la domenica, perché un padre certe cose le sente – e ti viene quasi normale provare rabbia e odio. Però io mi sono detto che volevo essere come Giulia, ho concentrato tutto il mio cuore e la mia forza su di lei e sono riuscito ad azzerare l’odio e la rabbia. Ancora oggi mi chiedo come. Però vedo come con questo ragionamento che può sembrare troppo razionale, ma è molto umano. Io voglio amare e non voglio odiare, perché comunque l’odio ti porta via energia”.

Sulle parole della figlia Elena e il termine ‘mostro’: “Il mostro è qualcosa di eccezionale mentre il caso di Giulia – e nel caso di quasi tutti i femminicidi – parliamo di normalità. Quindi dovremmo capire quali sono le cause che portano una persona normale a commettere tali gesti. Bisogno agire su tanti punti, io ho provato a elencarli, ma inviterei a esempio a usare molto più i canali comunicativi: ai genitori a parlare con i figli cercando di non essere amici, di essere l’educatore, anche severo, ma che cerca di capire quali sono le reali esigenze. Magari anche invadendo un po’ la privacy, non tantissimo. Io ho dato troppo respiro, conoscendo Giulia, una persona molto giudiziosa. Ho lasciato sempre fare e non volevo entrare nella sfera. Ma un minimo aumento della connettività per stare con i figli e gli amici probabilmente permetterebbe di raccogliere di più le informazioni e di avere di più il quadro generale. Probabilmente permette di avere di più anche il quadro psicologico dei nostri figli, di capire se hanno debolezze e se potrebbero diventare persone potenzialmente pericolose”.

Sulla decisione delle istituzioni di far leggere il suo discorso nelle scuole: “Questa è una cosa che mi riempie d’orgoglio, simbolo che stiamo facendo qualcosa di buono e proseguire su questa strada. Ringrazio il Presidente Zaia e il Ministro dell’Istruzione Valditara che ha deciso di inviare questo discorso alle scuole. Io mi impegnerò ancora in questa battaglia, adesso devo cercare di raccogliere un po’ le forze, ma l’idea è quella di avviare un’associazione o una fondazione, come mi hanno consigliato. È una cosa che sta nei nostri piani”.

Sulla laurea di Giulia: “Si sarebbe dovuta laureare la settimana dell’omicidio e verrà data presumibilmente a febbraio”.

Sull’aiuto ricevuto dall’Associazione Penelope: “Mi sono trovato una domenica pomeriggio, dopo la denuncia, spaesato. Senza una figlia e senza una risposta. Chi mi è venuto in soccorso è l’Associazione Penelope, che mi ha dato supporto morale e mi sono stati veramente vicino. È un’associazione che sta facendo veramente tanto, un’associazione creata da Gildo Claps e Gilda Milani che hanno fatto veramente tanto. Quindi devo proprio ringraziare loro”.

Sui figli Elena e Davide: “Giulia e Monica sono la mia luce, che accompagneranno me, Davide e Elena nella nostra vita e faremo di tutto per danzare sotto la pioggia per i giorni che ci rimangono in onore di Giulia. Elena e Davide stanno abbastanza bene, chiaramente anche loro sono molto provati da queste settimane. Piangono una sorella che non hanno più, però sono forti e anche loro diranno la loro”.

Una richiesta ai maschi: “Vorrei dire una cosa ai maschi. In questo momento vorrei invitarvi a dire ti amo alle compagne e alle mogli. Non ti voglio bene, ma ti amo. Ditelo spesso, dovete dirlo ogni volta. Fatelo in questo momento”.