25 Giugno 2022

Zarabazà

Solo buone notizie

Dal 22 Febbraio al 6 Marzo, presso il Teatro Carignano di Torino, va in scena “Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni. La regia è affidata ad Alessandro Gassmann. Gli attori principali sono: Massimiliano Gallo (Valerio), Stefania Rocca (Rose), Pina Giarmanà (Bettina), Paola Senatore (Adele) e Jacopo Sorbini (Massimiliano).

La storia ambientata a Posillipo, nel 1969, è una storia toccante che mi ha commosso. Posso star certo quando dico che “Il silenzio grande” di De Giovanni è la capolista di una mia ideale classifica degli spettacoli al Carignano. L’intellettuale scomodo, sia per la società, sia per la sua famiglia, è la figura che racconta Massimiliano Gallo rappresentando molto professionalmente Valerio Primic, ben tre volte vincitore del premio Strega e tra “i maggiori pensatori del ‘900”. Il personaggio è ovviamente inventato.

Lo spazio di tale rappresentazione è la stanza dei libri, lo studio in casa dello scrittore, in cui lui lavora costantemente, senza mai fare pause…se non per prendere un caffè. Primic odia essere interrotto, specialmente quando chi lo interrompe deve confidare dei segreti che non gli interessano: figuratevi se, uno scrittore di tale calibro, ha il tempo per ascoltare i pettegolezzi del momento. Egli non ha tempo per tali sciocchezze, anzi non ha proprio tempo per gli altri! Tutto, infatti, gira attorno a lui.

La stanza dei libri diventa un vero e proprio confessionale, in cui i suoi figli, Massimiliano e Adele, entrano ripetutamente per raccontare i loro amori, le loro passioni e i loro dolori. Confidano tutto al padre, sanno di potersi aprire, ma sono anche consapevoli che non riceveranno alcuna risposta. Perché? Valerio Primic vuole rinchiudersi dentro la sua “torre d’avorio”, ma non può davvero farlo perché egli ha una famiglia a cui badare: l’impossibilità di tale gesto fa comicamente ridere se gli attori sanno rappresentare tale disagio. Vi dirò…io ho riso!

Primic, però, odia non potersi dedicare ai suoi futui libri e cerca, per quanto può, di sviare sempre la conversazione attraverso i “piccoli silenzi” delle risposte non date.

In questo senso, è centrale il ruolo di Pina Giarmanà, Bettina, che si scopre la spalla perfetta di un intellettualismo che si prende gioco dell’ignoranza sottolineandone spesso i difetti. Bettina, che di citazioni e di autori celebri non vuole sentirne parlare, è l’alter ego parodico di una presenza assente che è quella del capo famiglia Valerio. Infatti, sia Jacopo Sorbini (Massimiliano), sia Paola Senatore (Adele) e sia Stefania Rocca (Rose), non nascondono il loro odio nei confronti di un padre/marito che di fatto “non c’è”.

La commedia fa un rapido tour, riscaldando i cuori del pubblico, distraendolo dalle crisi che stiamo vivendo ad Est dell’Europa. Tale percorso, però, dura pochissimo e la commedia diventa tragedia. Il dolore del racconto non risiede nell’assenza di un uomo, un intellettuale, che c’è e che, allo stesso tempo, non c’è. No. Il dolore è mostrato dalla reale condizione di Valerio Primic, ovvero lo stato di fantasma che aleggia in un domicilio che sta per essere abbandonato. La famiglia, infatti, si sta trasferendo in un’altra casa e sta lasciando la dimora prestigiosa dell’intellettuale dove, dopo la sua prematura morte, non sono rimasti altro che debiti.

Inaspettatamente, l’autore scopre, insieme al suo pubblico, tale verità: egli è morto da due anni. Insieme a Bettina, unico personaggio con cui lui può parlare, perché anche lei è morta poco dopo di lui, egli comprende di non poter essere ascoltato in quanto fantasma. La commedia di prima è la tragedia di adesso. La medaglia, seppur restando la stessa, è ribaltata: prima si rideva perché il padre non veniva ascoltato e si lamentava dei racconti “scomodi” dei figli: “io non voglio sentire certe cose”. Mentre ora si piange, poiché il padre è stato da sempre ignorato perché morto: “loro non possono sentire”.

Ognuno “è come è”, pertanto, o si instaura un rapporto sentimentale, bello o brutto che sia, con quella persona, oppure non si costruisce alcuna relazione. L’intellettuale che rappresenta Primic è l’intellettuale del Novecento, scomodo alla sua famiglia, ma che si rivela essenziale quando, cadute tutte le maschere, la famiglia (la società) ha bisogno di lui come guida.

A chi ci si affida, infatti, in caso di decisioni da dover prendere per il bene del collettivo? Alla ragione e all’intelletto.

Speriamo solo di poter dire lo stesso con la questione presente in Ucrania…!!


P.S.

Per citare Massimiliano Gallo, alla fine della rappresentazione, quando per due minuti prende coraggiosamente la parola: “LA GUERRA FA SCHIFO“.

di Emiliano Sgroi