5 Luglio 2022

Zarabazà

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IL NODO

Questa storia mi ha colpito. Mi ha scosso dentro, fino a perturbarmi. Il malessere che si prova non dipende dai contenuti raccontati o dall’interpretazione delle due attrici, Ambra Angiolini (Heather Clark) e Arianna Scommegna (Corryn Fell), ma dal tema affrontato: uno scontro tra scuola, famiglia e i loro ideali, che è talmente presente nella vita degli studenti da causarne il suicidio. È il caso di Gideon, sparatosi a soli 11 anni, le cui motivazioni vanno scovate.

“Il Nodo” di Johnna Adams, rappresentato dall’1 al 6 febbraio al Teatro Carignano di Torino, è una storia nella storia. È l’innesto teatrale di un racconto kafkiano che finisce per ritrovarsi all’interno di un’indagine sia interiore, sia esteriore. Una madre, Heather, è alla ricerca del senso della morte del figlio, mentre un’insegnante, Corryn, prova disperatamente a dargli la sua versione dei fatti.

Il titolo dell’opera è il “nodo”, nome che riprende l’immagine del “nodo Gordiano”. Questa storia fa riferimento ad un racconto in cui Alessandro Magno era stato invitato a sciogliere un nodo per adempiere al suo destino: diventare il futuro imperatore dell’Asia-minore. Così come tentò di fare Alessandro Magno, dunque, la rappresentazione teatrale è il tentativo disperato, e a volte scomodo, di sciogliere il caso della scuola media.

L’oggetto ricercato non appare chiaro sin da subito. L’agitazione generale pervade il teatro, dove il tempo della scena è scandito dal ticchettio dell’orologio, reso più forte, o più dolce, in base alla presenza di vari en passe narrativi. Tali interruzioni, a volte imbarazzanti, fanno da eco ad un segreto da trovare e a delle dinamiche da ricostruire, per comprendere il senso del suicidio e il senso della sospensione che ha causato il dramma. Il motivo della sospensione del ragazzo è un tema di fantasia alquanto scomodo, scritto durante un compito della professoressa Fell, nel quale egli parla di una battaglia (epico-medievale) tra alunni e insegnanti. In questa guerra il ragazzo immagina di uccidere, insieme ai suoi compagni, nei modi più terribili e disparati, i suoi educatori. La professoressa, rileggendo il tema, non riesce ad accettare il fatto che questi pensieri possano pervadere la mente di un ragazzino di soli 11 anni. Dunque, lo sospende e la “situazione kafkiana” si fa sempre più acuta.

In effetti, quando Kafka scrive opere come “il Processo” o “la Condanna” può risultare ai più un autore scomodo e terribile. A volte si evita di leggere quest’autore per le sue descrizioni indubbiamente macabre. Tuttavia, siamo sicuri di sapere che prezzo si paga censurando tali orrori dalla propria vita? Heather, che si scopre insegnate di università di poemi epici medievali, probabilmente lo sa. La donna è, infatti, stupita positivamente dal tema del figlio e lo esalta come fosse una meravigliosa opera creativa. La professoressa Fell, invece, non è d’accordo, perché, dal suo punto di vista, l’educazione deve riprendere l’alunno quando questi produce certi pensieri “scandalosi”. Ma è davvero colpevole un ragazzo che scrive un racconto in cui uccide i suoi insegnanti? Sospenderlo porta ad una vera soluzione? Il tema possiede molte domande lasciate aperte. Tutto si concentra su questioni sociali e attualissime: la responsabilità dell’educazione di un ragazzo è delle istituzioni o della famiglia? Inoltre, qual è la giusta educazione?

Ecco il nodo da sciogliere. Ecco il motivo di uno scontro, anzitutto ideologico, tra tradizionalismo conservatore e ribellione anticonformistica. L’insegnate è una conformista o un’educatrice? L’educazione rispecchia un modello su cui conformarsi o no? È giusto censurare la creatività non conforme di un bambino anche quando la sua fantasia diventa scomoda? Alla fine, il nodo non si scioglie, né si taglia. Le domande restano senza risposta nella mente del pubblico. Gideon si è ucciso, un bambino di 11 anni, fragile e tremante, che aveva dentro un mondo particolare da raccontare, si spara. Di chi è la responsabilità? Chi è il bullo del bullo?

L’opera è un fiocco annodato su sé stesso, alimentato da altri nodi che lo rinforzano. Sciolto uno, bisogna concentrarsi sugli altri. È il racconto contemporaneo di una fragilità, soprattutto quella digitale nei social network, in cui i figli sono extra-stimolati da commenti e censure: lo shitstorm (letteralmente “tempeste di merda”). Tali tempeste distruggono il sé creativo, per lasciare spazio ad un sé digitale e costruito sui pareri degli altri. Ciò può risultare deleterio per la creatività stessa e per la vita dei soggetti più fragili.

Infine, se l’obiettivo è domare tale uragano, allora bisogna fare in modo che il soggetto si interfacci con questo mondo, che censura, utilizzando strumenti tanto forti quanto efficaci, così da creare dentro di sé un bunker. Quanto più il bunker sarà scavato sottoterra, tanto più sarà riparato dal cataclisma. Più forte sarà la coordinazione tra la famiglia e l’istituzione (entrambi responsabili) verso l’esaltazione della creatività e del rispetto degli altri, tanto più il bambino sarà in grado di sciogliere i nodi gordiani che incontrerà nella sua vita, diventando come “l’imperatore Alessandro”: Magno.

di Emiliano Sgroi