26 Settembre 2022

Zarabazà

Solo buone notizie

Jurij Ferrini si fa carico dell’eredità di Goldoni adattando la sua opera, “I due gemelli veneziani ”, in una Verona degli anni ’70 ricca di contraddizioni e bugie. Il segno di tali constrasti è, infatti, questa perenne lotta ideologica tra fascismo e comunismo e tra un gemello, Giovanni Bisognosi, in arte “Zanetto”, e un altro, Tonino.

Tonino è il rappresentante di una visione del mondo che richiama, volutamente, alla mente concetti di destra: egli, infatti, rappresenta il duro, il conservatore che crede negli ideali della patria e prende le distanze dal fratello, “un figlio dei fiori”, come viene più volte chiamato durante la rappresentazione. Eppure, l’uno non può esistere senza l’altro, in quanto i due gemelli condividono un’estetica del corpo che li rende uguali. Ma tale uguaglianza non si limita alla sola condivisione di tratti fisici uguali, infatti, essere gemelli, è soprattutto la metafora del “sembrare chi non si è”. Un gemello è sé stesso ma è, contemporaneamente, anche suo fratello. Quale strumento migliore, dunque, per portare a teatro l’idea che “l’apparenza inganna”? Già dal titolo si deduce il nucleo della narrazione.

“Chi sono? ”, “cosa ci faccio qui? ”, “e soprattutto perché? ”, sono le tre frasi che appaiono, da subito, al fruitore, poiché sono letteralmente scritte nel muro scenico, come dei murales. Esse diventano lo sfondo delle scene successive: il file rouge che lega tutto, soprattutto i due gemelli che si ritrovano in una serie di infinite casualità comiche in cui, in realtà, è l’altro fratello ad essere coinvolto. La comicità, dunque, è generata dal loro non sapere di trovarsi nella stessa città, in cui uno semina ciò che l’altro raccoglie, incredulo e vittima della bugia.

L’opera viene rappresentata a Torino presso il “Teatro Gobetti”, in Via Gioacchino Rossini 12, dal 7 al 19 Dicembre 2021, proprio ai piedi della Mole Antonelliana. Qui lo spettacolo riprende temi passati e li riadatta, secondo lo stile di Ferrini, al nostro mondo. Infatti, come lo stesso regista sostiene, “questo sguardo coincide col nostro presente e la bugia si accoppia con la bugia, fino a far della menzogna una compagna della vita quotidiana”. L’analogia che egli riprende è quella con l’attuale “fake news”, ovvero un’informazione bugiarda che, visto il periodo del riadattamento, negli anni ’70, proveniva dalla Tv. Alcuni personaggi, infatti, quando non sapevano cosa rispondere alle domande che gli venivano fatte, dagli altri, rispondevano con ciò che “sentivano dire”: è il caso del polizziotto che, volendosi tutelare, fa appello ad un fantomatico “5° emendamento del Tenente Colombo” (che non esiste in Italia) perché “così dice la Tv”.

Come abbiamo già detto, riportando le parole del regista, l’inganno si lega con l’inganno diventando menzogna. I due gemelli, pertanto, sono vittima e carnefice della bugia dell’altro. L’uno perché si vuole spacciare per il fratello, l’altro perché, forse troppo ingenuamente, non capisce ciò che sta succedendo, perdendo apparentemente il suo legame col reale. Gli altri personaggi seguono la stessa sorte: tutti hanno un segreto e la trama si sviluppa attraverso lo smascheramento continuo di tradimenti, truffe e omicidi. Nessuno è chi dice di essere e “l’identità fake” è manifesta. Persino le due protagoniste che dovevano, inizialmente, sposarsi con due uomini, alla fine, si rivelano omosessuali e si baciano. L’opera, dunque, è un elogio della contraddizione e per tali motivi piace!

L’interpretazione dei vari personaggi è soddisfacente. Lo stesso Ferrini, inoltre, passando da un gemello all’altro, interpreta contemporaneamente due antipodi, riuscendo a far ridere il pubblico dall’inizio alla fine della rappresentazione. Permettete il parere personale, ma tale passaggio da un estremo all’altro sottolinea la bravura del regista-attore. Anche se la battuta diventasse eccessiva, bisogna essere capaci di premiare l’ecletticità di chi indossa le “maschere” e le sa cambiare così repentinamente.

Tralasciando la storia, ho apprezzato questo genere di teatro che interagisce con gli spettatori senza però attendere l’effettiva risposta (d’altronde, il teatro ha i suoi tempi da rispettare!). I personaggi, infatti, riflettono col pubblico, coinvolgendolo, in una vignetta meta-teatrale che resta indipendente dalla riforma di “Goldoni” del ‘700. Infatti, in questo caso, questo tipo di teatro, ricorda più Pirandello. Tuttavia, ciò non dispiace. Goldoni, inoltre, riprendeva scena di vita quotidiana perseguendo una verosimiglianza con ciò che la gente del suo periodo vedeva per le strade. Pertanto, Ferrini ha rispettato Goldoni.

La commedia, infine, si conclude con più avvelenamenti, come a confermare una sorta d’identità shakespeariana dell’opera che è, personalmente, approvata!

Capite bene come il tema dell’apparenza sia, oggi e da sempre, attualissimo. Soffermarsi a valutare qualcosa o qualcuno per come ci appare è un errore. In quello stesso errore, di cui siamo i fautori, infatti, possiamo esserne, contemporaneamente, anche vittime. Il messaggio che sta alla base dell’opera è che la menzogna è compagna di viaggio in questo mondo e, pertanto, non va demonizzata ma riconosciuta. Una volta fatto questo, la si potrà “combattere pacificamente” usando, probabilmente, l’unico strumento che ci resta per ingannarla a sua volta: l’IRONIA!

di Emiliano Sgroi