Agosto 2, 2021

Zarabazà

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Il convento dei frati cappuccini del Redentore, dove la giornata è scandita da preghiera, orto e aiuto ai poveri

Venezia–  È un legame stretto quello che lega i frati cappuccini del convento del Redentore agli abitanti della Giudecca. Un legame storico, che affonda le sue radici nel 1500, quando i frati già all’epoca curavano gli ammalati e assistevano i bisognosi. Un legame che si rinnovò quando Napoleone spazzò via l’ordine i frati vennero accolti con amore nelle case dei giudecchini. Sono passati 500 anni ma poco è cambiato, perché i frati cappuccini, oggi come allora, sono sempre al servizio di quel lembo di terra che sembra proteggere, con la sua forma allungata, il “pesce” Venezia. 

Il tempio votivo del Redentore, così come viene chiamato dai frati, è un simbolo per Giudecca e per tutta la città, che quest’anno festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione. E a pochi giorni dalle celebrazioni della liberazione dalla peste del 1575, i frati sono pronti a rinnovare, insieme a residenti e turisti, il voto del Senato della Repubblica. 

“La festa del Redentore è ancora molto sentita, non solo dai turisti ma anche dai veneziani. L’anno scorso mi divertivo a chiedere alle persone in fila: “Ma come mai è qui, da dove viene?” – racconta il superiore del convento, Padre Gianfranco Tinello – e mi ricordo che venne un signore e disse: “Siamo qui ad esplicare il voto dei nostri avi”. Non solo: ricordo con una certa emozione che venne anche un gruppo da Codogno, che era qui per ringraziare a chiedere aiuto al Signore per essere liberati dalla piaga del Covid 19. Tra pochi giorni si celebra la festa del Redentore e noi frati siamo depositari di questo incontro tra l’impegno religioso, sociale e la fede. Il nostro messaggio di speranza è che ora e per sempre ci sia questa integrazione, questo incontro tra le varie forze della nostra società, chi è più impegnato sul territorio, chi nella vita spirituale, affinché possiamo ripartire con forza”. 

I frati cappuccini, che si ispirano alla regola di San Francesco, sono al Redentore dal 1535. 

“Nel 1535 i frati arrivano qui e si dedicano alla predicazione, ma soprattutto erano importanti perché in Giudecca venivano mandati i vari ammalati delle epidemie veneziane – continua Padre Gianfranco – i frati si prendevano cura degli appestati, ecco perché nel 1576 la chiesa del Redentore fu data a loro”. 

I frati cappuccini nascono come una riforma francescana che va alla ricerca della sobrietà e della povertà: la prima chiesetta originaria si trova alle spalle del maestoso tempio del Redentore e fu costruita nel 1535: era la chiesa di Santa Maria degli Angeli.  

“Quando i frati videro crescere questa chiesa meravigliosa del Redentore, maestosa e gigantesca per le misure minime della riforma povera cappuccina, presero paura e volevano andarsene – dice Padre Gianfranco – il compromesso fra il Palladio e i frati fu questo: la chiesa poteva essere costruita in stile neoclassico maestoso, con linee meravigliose e pulite, ma il coro sarebbe dovuto essere molto semplice: infatti il coro è semplice, con 5 finestre e un intonaco bianco. Anche le sedie del coro in legno non sono intarsiate, come invece si possono vedere in altri cori meravigliosi di Venezia, ma sono estremamente semplici”. 

E così, come viene riportato all’ingresso del tempio votivo, nel 1576 il Senato della Repubblica delibera il voto per la costruzione del Redentore per ringraziare di aver liberato Venezia dalla pestilenza. 

“È proprio un tempio votivo perché lo sguardo non si perde nelle cappelle laterali, che pur sono arricchite dalle opere di importanti artisti, ma tutto porta a guardare il Redentore, colui che liberò Venezia dalla peste – spiega il superiore – e nel giorno in cui si festeggiava il Redentore, nelle due cappelle che affiancano l’abside da una parte sedeva il Doge e dall’altra il Patriarca, che assistevano e presenziavano la cerimonia”. 

Il complesso del Redentore è tutta una scoperta: ci sono i chiostri, ci sono le testimonianze delle travi lignee su cui è costruito il tempio, c’è l’antica farmacia perché quando c’erano le pestilenze le magistrature veneziane davano dei “ticket gratuiti” alle persone povere per usufruire dei medicamenti a base di erbe fatte dai frati cappuccini e dai monaci di San Giorgio. “In realtà è una cosa piuttosto singolare per i frati cappuccini, perché nelle costituzioni, cioè nelle regole, c’era il divieto di preparare medicine per i laici, ma qui a Venezia c’era una deroga” racconta Padre Gianfranco. E poi ci sono gli orti e i giardini che da sempre servono alla sussistenza dei frati, dove la vista si perde oltre le isole di San Clemente, di Sacca Sessola e delle Grazie. Ci sono alberi da frutto, un boschetto di ulivi da cui i frati ricavano l’olio, viti con uva da tavola, ortaggi, erbe aromatiche, perfino carciofi. C’è una cavana con una caorlina dell’800 che da sempre accompagna i frati nelle loro attività quotidiane, compresa quella di accompagnare i fratelli defunti al cimitero di San Michele. “Ma questa caorlina potete vederla anche quando c’è la Vogalonga perché noi vi partecipiamo – sorride  Padre Gianfranco – Sembra che questa caorlina sia arrivata alla fine dell’800 e che sia la più antica barca veneziana ancora in acqua. E poi abbiamo un mototopo che usiamo anche per le nostre opere caritatevoli, ad esempio per la distribuzione delle borse alimentari”. 

La giornata è scandita dal lavoro e dalla preghiera, dalla scuola di teologia, dalle attività di manutenzione dell’enorme complesso fino alla cura dell’orto. 

“Siamo impegnati nel mantenere il convento e poi c’è l’assistenza spirituale e quella materiale – conclude Padre Gianfranco –  in tempo di Covid i frati si sono uniti alle altre associazioni dell’isola per aiutare i bisognosi, siamo arrivati a picchi di 130 nuclei familiari per un totale di oltre 300 persone. Abbiamo questa speranza: che il Covid passi e che, come in altre situazioni, questi momenti di difficoltà possano attivare alcune sensibilità profonde e che alcune delle persone che hanno beneficiato dei nostri aiuti possano tornare a fare i volontari o essere a loro volta benefattori per le persone che attualmente sono in difficoltà”.