Luglio 31, 2021

Zarabazà

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Caltanissetta nel ricordo delle Miniere

In principio fu lo zolfo, giallo, greve, frammisto a gesso, bruciava facilmente e talvolta emanava un nauseabondo odore di  uova marce.

Occupava quella parte centrale della Sicilia che  costituisce il cuore dell’isola, e la concentrazione maggiore stava nel suo centro,  tra le province di Caltanissetta, Enna,  e Agrigento.

Già  usato in agricoltura dalla notte dei tempi,  e nelle prime industrie, ne abbiamo descrizione in diversi  scrittori. Citerò qui Goethe, che nel suo Viaggio in Italia, riferendosi i  al percorso che da Agrigento lo portava  verso l’Italia, attraversò i Campi da Agrigento a Caltanissetta  descrivendo il paesaggio costellato da  calcheroni e  a volte punteggiato da fumarole ( le “maccalubbe” o ” vulcanelli”,  ancora oggi visibili  vicino Caltanissetta) .

Come tutti i “principia” lo zolfo ha modellato tutte le attività umane ;  mi propongo qui di percorrere a volo l’uccello tutte queste attività che apparentemente lontane dallo zolfo, ne sono state, nel bene e nel male, influenzate. Prendiamo i movimenti  sindacali: le prime organizzazioni strutturate, furono i contadini e i minatori .

Molti scrittori  lo hanno testimoniato, forse il più illustre, Pirandello, nei “Vecchi e i Giovani”  ha descritto le agitazioni  che a fine 800  sconvolsero al provincia di Agrigento.

Lo zolfo, peraltro, influì indirettamente nella poetica pirandelliana:  la pazzia della moglie,  la signora Portulano, fu dovuta all’allagamento della miniera di famiglia, in cui il padre aveva investito l’intera dote, rendendo la  povera e disperata la figlia da un giorno all’altro e costringendo il giovane Luigi  a vegliarla nelle notti che hanno dato vita ad alcuni capolavori.

Anche la più nota canzone del folklore siciliano ( vitti na’ crozza ) è in origine un mesto canto funebre, che si riallaccia  alla tradizione minerari; modernizzata e snaturata dall’allegro trallallà,  la storia della canzone è una amara riflessione  su che cosa voglia dire ” Moriri senza toccu di campani “,  cioè senza i Sacramenti. 

Così morivano i minatori, vittime di incidenti, poiché nelle viscere della terra  a contatto con materiale diabolico ( lo zolfo, nella tradizione cattolica è associato al demonio ) e perché appartenenti a organizzazioni sindacali, generalmente di matrice comunista, e perciò scomunicati.

Solo qualche prete, osava sfidare le gerarchie ecclesiastiche, fornendo una fugace benedizione davanti le Cappelle che costeggiavano le vie  d’accesso ai siti minerari.

Ancora oggi sono visibili alcune di queste cappelle,  sulla via di Trabonella, molto care alle generazioni dei minatori.

E che dire delle “colonizzazione”  di industriali del nord Italia, all’indomani dell’unita’ d’Italia, che scoprirono il filone dello zolfo e in una sorta  di migrazione al rovescio scelsero  la Sicilia e  Caltanissetta per la sede delle loro attività,  rendendo questa citta una vera e propria capitale,  bella, elegante, godibile. 

Il viaggiatore attento  passeggiando per il centro vedrà  palazzi  ben progettati  e magnificamente realizzati,  edifici pubblici, teatri, luoghi di socialità, spesso  costruiti in pietra di Sabucina,  cavata a mano da esperti scalpellini, la cui manualità nulla ha da invidiare agli artigiani ” nordici” esperti del bugnato rustico. 

E se qualcuno vuole spingersi al Redentore e osservare una delle opere pubbliche realizzata  negli anni 30,  il serbatoio dell’acqua potabile, vedrà il manufatto  “povero” realizzato con la stessa pietra  delle ville e dei palazzi del centro, a riprova che anche i lavori pubblici venivano eseguiti per durare e per  piacere.

A tal proposito torniamo alle miniere, più precisamente alle  gallerie di discenderia;  in alcuni dei siti  visitabili, come Gabbara, affacciandosi alla discenderia, i conci di pietra sagomata che delimitano la volta e sostengono la galleria,  sembrano quelli delle gallerie ferroviarie, manufatti costruiti per durare e  resistere alle pressioni . 

Ancora oggi  nei siti aperti al pubblico ( Gabbara, Montedoro, Riesi, Floristella  tra il pubblico  e il parco di Stincone/ Apaforte,  privato ) si possono ammirare vestigia  di un mondo che rese Caltanissetta capitale dello zolfo. 

Un figlio della città, stigmatizzava citta ed epoca  con questo verso : ” Caltanissetta fa 4 quarteri;  la meglio gioventù?  li surfarari “.  Ma altre peculiarità  alcune delle quali perdurano, sono state condensate in detti popolari: ” Caltanissetta, tutta acchiana e scinni, scarsa d’acqua e carrica di buttani ” e questo detto, va  spiegato e contestualizzato. 

La citta sorge su un colle, per cui le  scale; soffre, ancora oggi di atavica mancanza d’acqua,  per cui scarsa d’acqua;  poi, tra l’800 e il 900, ospitava … le più note case d’appuntamento della Sicilia, per via dell’alto tenore  di vita e del continuo scambio con nord e con l’estero  di tecnici, industriali, affaristi, imprenditori ecc. … ovviamente tale circostanza, unita al denaro che circolava,  spiega l’ultima frase del detto.  

Una descrizione della vita della città tra le 2 guerre si trova in un interessante libro del prof. Michele Curcuruto, ” i signori delle miniere “, che il turista curioso può leggere.  

Oggi, la città sembra divisa in due tronconi;  il primo, che ha dimenticato e rimosso  per ignoranza o convenienza il glorioso passato  che emerge nei palazzi, nei monumenti, nello spirito del luogo, nei monumenti,  e un secondo gruppo che lotta per tenere in vita tale passato di capitale, non per museizzare la città,  facendone una “ghost town”, ma per renderla viva e fruibile  una storia che ha affascinato tutta l’Italia e che ci appartiene. 

E se queste brevi note  serviranno ad incuriosire  qualcuno per rianimare la città, il suo museo, i suoi siti, ben venga!

Giacomo Fiocchi