Una giornata al mare.
Gli ombrelloni, qualche bagnante, l’acqua e, quasi invisibile all’orizzonte, una piattaforma.
Potremmo fermarci alla fotografia.
Invece abbiamo provato a usare lo zoom.
Prima quello della macchina fotografica. Poi quello dei numeri.
Ed è così che una normale giornata sulla costa meridionale dell’Isola ci ha portati dentro una questione apparentemente lontanissima dalla spiaggia: il caro carburante in Sicilia.
Perché mentre discutiamo del prezzo di benzina e gasolio, esiste un dato che raramente entra nella conversazione.
La Sicilia non è soltanto una grande consumatrice di energia.
La produce. La trasforma. La raffina. La movimenta.
Questo non significa che i siciliani abbiano automaticamente diritto alla benzina meno cara.
Significa però che possiamo porci una domanda: quanto vale questa funzione energetica e quanto di quel valore ritorna direttamente al territorio?
Cominciamo da quella sagoma in mezzo al mare
Quella visibile dalla costa è la piattaforma Prezioso.
Argo e Cassiopea, invece, sono giacimenti sottomarini.
Il progetto Argo-Cassiopea è entrato in produzione nell’agosto del 2024 e comprende quattro pozzi produttori sottomarini. Il gas viene trasportato attraverso circa 60 chilometri di condotta fino all’impianto di trattamento di Gela e da lì entra nella rete nazionale.
Le riserve sono stimate in circa 10 miliardi di metri cubi e la produzione annuale di picco prevista può arrivare a 1,5 miliardi di metri cubi.
Questi, però, sono dati progettuali.
Oggi abbiamo qualcosa di ancora più interessante: un anno intero di produzione.
Nel 2025 Argo-Cassiopea ha prodotto 654,881 milioni di metri cubi di gas.
Quindi, mentre dalla spiaggia guardavamo il mare, sotto quel mare una risorsa energetica veniva realmente estratta e trasferita verso la rete nazionale.

Una parte del valore ritorna già
Non dobbiamo inventare il principio secondo cui un territorio interessato dall’estrazione abbia diritto a una compensazione.
Esiste già.
Si chiama royalties.
Per Argo-Cassiopea è stato definito un sistema di ripartizione fra Stato, Regione e territori interessati.
Per il 2024 alla Regione Siciliana sono stati attribuiti circa 1,8 milioni di euro e una parte viene distribuita ai Comuni di Gela, Licata e Butera.
Non è ancora questo il numero sul quale costruire una rivoluzione del prezzo alla pompa.
È però la dimostrazione di un principio importante:
quando dal territorio viene estratto valore energetico, l’ordinamento già riconosce che una parte debba ritornare al territorio.
A questo punto possiamo allargare lo zoom ancora un po’.
Quasi 28 milioni di tonnellate lavorate nelle raffinerie siciliane
La Sicilia non produce soltanto idrocarburi.
Ospita una delle maggiori concentrazioni italiane della raffinazione.
Nel 2024, secondo UNEM, Priolo ha lavorato circa 9,5 milioni di tonnellate, Milazzo 9,4 milioni e Augusta 8,9 milioni.
Insieme fanno circa 27,8 milioni di tonnellate.
Sono volumi effettivamente lavorati, non la semplice capacità teorica degli impianti.
A Gela la vecchia raffinazione petrolifera è invece terminata. L’impianto è stato riconvertito in bioraffineria e oggi produce biocarburanti; dal 2025 ospita anche una linea dedicata alla produzione di SAF per il trasporto aereo.

Immagine illustrativa di un impianto di raffinazione.
Gas, petrolio, raffinazione, bioraffinazione, depositi, porti, condotte.
Mettendo insieme i pezzi, appare una Sicilia che non sta semplicemente alla fine della catena energetica con una pistola del distributore in mano.
Sta anche in diversi punti della catena che viene prima.
E allora perché il pieno non costa meno?
È la domanda più facile.
Ed è anche quella alla quale sarebbe più pericoloso dare una risposta sbagliata.
Avere una raffineria vicino casa non significa automaticamente poter acquistare benzina a un prezzo inferiore.
Il prezzo finale comprende molte componenti e una parte significativa è costituita dalla fiscalità.
Anche il confronto con altri Paesi deve essere fatto con cautela: regimi fiscali, sistemi di sostegno pubblico, dimensioni dei mercati e politiche energetiche possono essere profondamente differenti.
Quindi niente scorciatoie.
La domanda interessante non è:
“Perché la Sicilia non vende benzina più economica visto che raffina petrolio?”
La domanda interessante è:
“Quanto valore economico e fiscale genera complessivamente la funzione energetica della Sicilia e quanto ne rimane sul territorio?”
Sono due domande molto diverse.
Dalle royalties a una compensazione energetica?
Se il principio della compensazione esiste già per le attività estrattive, è possibile immaginare qualcosa di più ampio?
Per esempio un fondo alimentato da risorse collegate alla filiera energetica siciliana e destinato a compensare almeno in parte i costi sostenuti dai residenti?
Potrebbe tradursi in un beneficio sui carburanti?
Non lo sappiamo ancora.
E sarebbe scorretto prometterlo prima di aver verificato tre cose: quanto costerebbe, chi potrebbe finanziarlo e se la Regione avrebbe gli strumenti giuridici per realizzarlo.
Bisogna quindi costruire un vero conto energetico della Sicilia.
Produzione effettiva di petrolio e gas. Raffinazione reale. Royalties. Fiscalità. Risorse regionali. Consumi di carburante.
Solo allora potremo prendere una calcolatrice e provare a scrivere:
5 centesimi.
10 centesimi.
20 centesimi.
E vedere quanto costa ciascuna ipotesi.
Non il contrario.
Una domanda invece di una promessa
La politica è piena di numeri annunciati prima di avere trovato le risorse.
Noi preferiamo fare il percorso inverso.
Partiamo dai numeri e vediamo dove ci portano.
Se emergerà che una compensazione sui carburanti è possibile, avremo una proposta da discutere.
Se lo strumento delle accise non fosse praticabile, potremmo scoprire che esistono meccanismi migliori.
Se i conti non tornassero, dovremmo semplicemente dirlo.

E allora torniamo alla nostra fotografia.
Ombrelloni davanti.
Piattaforma in fondo.
Sotto il mare, il gas.
A terra, raffinerie e impianti.
E alla fine della catena, noi davanti al distributore.
Forse il punto non è pretendere che il carburante costi meno semplicemente perché viviamo in Sicilia.
Il punto è capire quanto vale essere una delle terre che contribuiscono a produrre e trasformare l’energia del Paese.
E, fatti finalmente tutti i conti, verificare se qualche goccia di quel valore possa rimanere nel salvadanaio dei siciliani.


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