Giugno 1980. Una casa di famiglia ad Ansedonia, sul litorale toscano, con il mare a portata di pochi passi. È lì che si ritrovano cinque amici, non una band nel senso ufficiale del termine: Giorgio Lo Cascio, cantautore romano, mette a disposizione la propria voce e i propri brani; Francesco Di Giovanni porta la chitarra e il fratello Enrico il basso elettrico e il contrabbasso; a completare il quadro arrivano Luigi “Gigi” Santucci al piano elettrico e Roberto Giannotti alla batteria, due compagni con cui Francesco aveva già condiviso palchi lontani, in Tunisia. Stefano Battaglia, detto “Zio”, si occupa di far girare i nastri. Non c’è un’etichetta discografica dietro, non c’è un progetto da presentare a nessuno. C’è solo un gruppo di persone che si vogliono bene e che, per qualche giorno, decidono di suonare insieme.
Se dovessimo trovare una frase capace di raccontare per intero lo spirito di quei giorni, sarebbe quella lasciata da Francesco Di Giovanni: una vera band, diceva, fatta di amicizia e di intese istintive, il piacere di suonare insieme “in un certo modo” che veniva prima di ogni altra considerazione. Se poi arrivava anche qualche soldo, meglio, ma non era quello il punto: di fatto era un lavoro, ammetteva lui stesso, solo che nessuno dei cinque se ne accorgeva. È una frase che vale come chiave di lettura dell’intero disco: non un prodotto pensato per il mercato, ma una decina di brani di Lo Cascio arrangiati di getto, tra un bicchiere in compagnia e un tuffo in mare, con il groove e il riff che nascevano dall’intesa del momento più che da una scaletta scritta prima.
Di quella session, però, si sarebbe potuto non sapere più nulla. Il nastro originale, negli anni, è andato perduto, come capita spesso ai documenti che nessuno ha mai pensato di archiviare con cura, proprio perché nessuno, allora, li considerava altro che un ricordo tra amici. Solo tempo dopo Francesco Di Giovanni si è imbattuto in una musicassetta che ne conservava una copia, ormai esposta al deterioramento del supporto. Ha deciso di non lasciarla scomparire una seconda volta, e ha affidato il recupero a Stefano Sanguigni, che ha restaurato l’audio restituendo alla musica la possibilità di essere ascoltata di nuovo, senza però cancellarne i segni del tempo.
Giorgio Lo Cascio non c’è più: è scomparso a Roma nel 2001. Francesco Di Giovanni continua invece a suonare jazz, portando avanti un percorso che da quell’estate ad Ansedonia si è mosso in molte altre direzioni. Resta, in mezzo, questo disco: un frammento di vita registrata quasi per caso, che oggi torna a farsi ascoltare. Viene da chiedersi quanta della musica che si fa oggi porti ancora con sé quella leggerezza, quella capacità di suonare insieme senza pensare a nient’altro che al piacere di farlo. “Live in Ansedonia 1980” non risponde alla domanda. Si limita, con discrezione, a porla.


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