Dallo sviluppo dei Paesi emergenti alla competitività del Made in Italy, fino alla complessità dei sistemi sanitari: gli incontri del 21 agosto disegnano una giornata attraversata da un tema comune, la necessità di rimettere la persona al centro delle grandi trasformazioni economiche e sociali.
Un miliardo e 200 milioni di giovani che nei prossimi quindici anni entreranno nel mercato del lavoro nei Paesi in via di sviluppo. Imprese italiane chiamate a competere in un mercato globale mentre devono confrontarsi con costi energetici e regole europee. Sistemi sanitari nei quali la complessità non può essere affrontata pensando soltanto a procedure e organizzazione.
Sono temi apparentemente molto diversi quelli affrontati oggi, 21 agosto, al Meeting di Rimini 2026, ma osservati insieme sembrano raccontare una medesima questione: come governare sistemi economici e sociali sempre più complessi senza perdere di vista le persone.
Un miliardo e 200 milioni di giovani cercano il proprio futuro
Uno dei numeri più significativi della giornata è arrivato da Matteo Bugamelli, direttore esecutivo per Italia, Albania, Grecia, Malta, Portogallo, San Marino e Timor-Leste della Banca Mondiale.
Secondo le stime illustrate durante l’incontro “Istituzioni internazionali e bene comune: la sfida della globalizzazione”, nei prossimi quindici anni circa 1,2 miliardi di giovani dei Paesi in via di sviluppo entreranno nel mercato del lavoro.
A fronte di questa enorme domanda, secondo Bugamelli, alle condizioni attuali potranno essere creati soltanto 400-500 milioni di posti di lavoro. Resterebbero quindi centinaia di milioni di giovani senza una reale prospettiva occupazionale.
Una distanza che non rappresenta soltanto un problema economico o umanitario. La mancanza di prospettive può diventare un elemento di instabilità, alimentando migrazioni incontrollate, radicalizzazione e conflitti.
È anche per questo che la Banca Mondiale ha posto la creazione di posti di lavoro al centro della propria strategia, partendo dalle infrastrutture.
Bugamelli ha indicato come esempio positivo il Piano Mattei per l’Africa, fondato sul principio del “fare insieme” con i Paesi interessati e sul quale la Banca Mondiale interviene come cofinanziatore. Dopo i progetti energetici, la collaborazione dovrebbe interessare anche progetti idrici nell’Africa subsahariana.

Made in Italy, imprese ed Europa
Dalla dimensione globale a quella delle imprese italiane, il tema resta quello delle condizioni necessarie per creare sviluppo.
Durante l’incontro “Fatto bene, tutti i giorni”, realizzato in collaborazione con Compagnia delle Opere, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha rivolto critiche molto dure alle politiche europee.
Il ministro ha parlato di “regolamenti farneticanti”, sostenendo che burocrazia e tecnocrazia europee finiscano per mettere in difficoltà le aziende italiane, mentre non sarebbero sufficientemente tutelate rispetto alla concorrenza proveniente da Paesi nei quali gli standard ambientali, sociali e del lavoro sono differenti.
Ma il confronto non si è limitato all’intervento del ministro.
Al dibattito hanno partecipato anche Denis Amadori, amministratore delegato del Gruppo Amadori; Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Grana Padano; Maurizio Fugatti, presidente della Provincia autonoma di Trento; Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative e di Conserve Italia; e Cristina Scocchia, amministratore delegato di illycaffè.
Dai loro interventi sono emerse alcune criticità ricorrenti: tempi e modalità di applicazione delle normative europee, provvedimenti relativi agli imballaggi e alla deforestazione, costo dell’energia, concorrenza dei prodotti che imitano il Made in Italy e crescente peso delle dinamiche finanziarie sui settori produttivi.
Una discussione che pone una questione più ampia: come conciliare regole, sostenibilità e tutela dei diritti con la capacità delle imprese europee di continuare a competere sui mercati internazionali?

La sanità non è una macchina
Il tema della complessità è tornato, sotto una prospettiva completamente diversa, nell’incontro dedicato al governo dei sistemi sanitari.
Marco Trivelli, direttore generale ASST, ha sottolineato una distinzione importante: i sistemi sanitari non sono semplicemente complicati, sono complessi.
Una differenza che cambia il modo di affrontarli perché coinvolge contemporaneamente chi governa, chi cura e chi viene curato.
Nicola D’Erario, direttore Lavoro e Competenze di Farmindustria, ha richiamato invece il rischio di una concezione troppo meccanica dell’organizzazione, nella quale la persona finisce per diventare subordinata al sistema.
La risposta proposta è la cooperazione tra soggetti differenti.
Una riflessione ripresa anche da Alberto Felice De Toni, professore di ingegneria economico-gestionale all’Università di Udine e sindaco della città, che ha posto l’accento sulla necessità di ridurre le asimmetrie di potere e costruire relazioni capaci di durare nel tempo.

Il filo che unisce la giornata
Africa, lavoro, migrazioni, Made in Italy, Europa e sanità potrebbero sembrare capitoli senza alcun rapporto tra loro.
Eppure gli incontri della giornata restituiscono una domanda comune.
Come si governa la complessità senza trasformare le persone in semplici numeri?
Dietro il miliardo e 200 milioni di giovani indicati dalla Banca Mondiale ci sono altrettanti progetti di vita. Dietro le statistiche sulla competitività ci sono imprese, lavoratori e famiglie. Dietro l’organizzazione sanitaria ci sono persone che curano e persone che hanno bisogno di essere curate.
È forse questa una delle chiavi di lettura più interessanti della giornata del 21 agosto al Meeting di Rimini: economia, istituzioni e organizzazioni possono diventare enormemente complesse, ma alla fine il loro funzionamento si misura nelle conseguenze che producono sulla vita delle persone.
Ed è da quelle persone che, inevitabilmente, bisogna tornare a partire.
Elaborazione redazionale sulla base dei materiali stampa diffusi dal Meeting di Rimini 2026 e dei lanci realizzati in collaborazione con Askanews.



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