9 Settembre 2026

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Adalberto Sessa: un ponte tra arte concreta, optical e digitale

Nel panorama dell’arte contemporanea italiana Adalberto Sessa (Milano, 1954) emerge come figura pionieristica per un percorso che attraversa l’astrattismo geometrico, l’optical art e la video art, fino a un recente ritorno alla pittura. Sessa matura fin da subito l’esigenza di animare la forma, superando i confini bidimensionali. La svolta definitiva avviene negli anni Novanta con l’adozione della computer art: opere come Il volo (1999) e Quinta dimensione (2000) segnano l’ingresso nella maturità videoartistica, caratterizzata da astrazioni digitali policrome e colonne sonore ipnotiche. Riconosciuto a livello internazionale con partecipazioni a importanti festival, nel 2020 Sessa chiude la stagione del video per tornare alla pittura. Nei suoi lavori recenti, l’artista traspone su cartoncino ruvido lo stesso concetto di multiplo formale e cinetico delle origini, dimostrando come il movimento, prima di essere tecnologico, sia innanzitutto un’idea.

Quali artisti delle avanguardie storiche, oltre a Piet Mondrian, hanno contribuito maggiormente alla formazione del suo linguaggio?

Direi che, oltre a Mondrian, mi hanno influenzato altri grandi maestri dell’astrazione della prima metà del Novecento; su tutti, Kandinsky e la visione radicale di Malevič. Inoltre, ho molto amato il lavoro di un surrealista di frontiera come Miró.

Che rapporto esiste tra le sue prime composizioni astratte, la fotografia in camera oscura e i cinepoemi realizzati in Super8?

L’idea che sottintende i miei esperimenti con questi tre mezzi è quella di multiplo: i quadri astratti erano forme multiple in divenire che attendevano il movimento; della fotografia mi interessava l’aspetto seriale; e il Super8 mi ha permesso esplorare concretamente la dimensione cinetica delle forme, al di là dei loro referenti reali.

Il volo del 1999, è spesso indicato come un’opera di svolta: quale intuizione ha reso quel lavoro decisivo?

Quello è stato il mio primo lavoro in assoluto in videoarte e rappresenta, in certo senso, un caso a sé. Anzitutto perché racchiude tutta la dimensione dell’esordio: non ero ancora pratico con il mezzo. E in secondo luogo perché è la mia opera video più “figurativa”; l’ho realizzata a partire da un personaggio, però mostruoso e ambiguo, attorno a cui ho costruito una storia, cui poi ho inserito innesti astratti. Ho capito che era proprio quel versante a interessarmi.

Che cosa cambia, sul piano poetico e formale, con l’opera Quinta Dimensione del 2000?

Una delle cose principali è che in Quinta Dimensione le immagini sono sincronizzate alla musica; sono state realizzate a partire da una musica originale. Lì c’è stata una ricerca totale e consapevole, dall’inizio alla fine, nella sopracitata dimensione astratta del linguaggio videoartistico; è stato per me come scoprirla finalmente. Ho avuto la conferma che ciò che avevo intuito con Il volo era giusto.

Che cosa ha significato per lei confrontarsi con festival e contesti internazionali come Abstracta Film Festival, il Videoart Yearbook e Punto y Raya Festival?

Prima di queste esperienze avevo spedito i miei lavori ad altri festival, che però non mi avevano selezionato, forse anche perché non erano così di settore come i citati. Mi ha fatto particolarmente piacere essere invece scelto dai comitati di questi ultimi perché, essendo totalmente indipendente e non avendo ancora “esordito” pubblicamente, ho ottenuto così una riconoscenza significativa, e ho potuto vedere il mio lavoro messo a fianco a quello di altri professionisti.

Perché nel 2019 ha deciso di concludere la sua stagione videoartistica?

Perché avvertivo che, dopo molti decenni, avevo dato tutto e, contestualmente, il mezzo mi aveva dato tutto; non avrebbe avuto più senso continuare il una strada già estesamente battuta. Mi serviva, per sviluppare ulteriormente i miei temi e approcci, un mezzo nuovo: una palingenesi.

Qual è il “problema artistico” che continua ancora oggi a inseguire?

Quello del tempo che passa, il suo scorrere e il rapporto di tale grande interrogativo con le immagini, che chiama in causa il movimento.