Dalla salute mentale degli adolescenti alla memoria della dittatura argentina, dall’universo sovietico ritrovato negli archivi alla figura dimenticata di Gerda Taro. Tra i titoli annunciati per Venezia emerge un cinema che torna a interrogare la storia e il presente attraverso le vite delle persone.
Tra Concorso, Orizzonti, Venezia Open e Giornate degli Autori, il cinema che si prepara ad arrivare al Lido sembra avere un filo conduttore particolarmente forte: raccontare individui chiamati a fare i conti con qualcosa di più grande di loro.
Traumi personali, dittature, guerre, discriminazioni, malattia mentale, memoria e responsabilità del racconto attraversano opere molto diverse tra loro. Cédric Kahn, Marco Bechis, Sergei Loznitsa, Alina Marazzi, Edoardo Gabbriellini, Phuttiphong Aroonpheng e Kuba Dorabialski portano a Venezia storie nelle quali la dimensione privata finisce inevitabilmente per incontrare quella collettiva.
A PLACE TO HEAL – Cédric Kahn
In Concorso
Dopo The Goldman Case, presentato alla Quinzaine des Cinéastes di Cannes nel 2023, Cédric Kahn torna con A Place to Heal, che dirige e nel quale recita.
Al centro del film c’è Lucia, diciassette anni, accompagnata dalla polizia nel reparto psichiatrico per adolescenti di un ospedale pubblico. Non è la prima volta che vi entra: quel luogo e le sue regole fanno già parte della sua vita.
Qui ritrova Eloïse, amica ricoverata da lungo tempo, e incontra altri ragazzi, ognuno alle prese con le proprie fragilità.
A guidare il gruppo dei medici è Etienne. Gli operatori ascoltano i giovani pazienti, incontrano le loro famiglie e cercano di affrontare situazioni spesso drammatiche mentre devono contemporaneamente fare i conti con un reparto sottoposto a una pressione continua.
Tra pazienti e personale sanitario nascono legami fragili, costruiti su un equilibrio difficile ma capace di lasciare spazio anche alla speranza, alla guarigione e perfino a momenti di leggerezza.
L’arrivo di un nuovo e misterioso paziente, Enzo, rischierà però di modificare profondamente gli equilibri del reparto.
Il film affronta così la complessità della salute mentale nell’adolescenza senza limitarsi alla malattia: al centro ci sono soprattutto le persone e il difficile percorso necessario per riuscire a convivere con le proprie ferite.

RITORNO A BUENOS AIRES – Marco Bechis
In Concorso
Con Ritorno a Buenos Aires, Marco Bechis torna direttamente a una pagina che appartiene non soltanto alla storia argentina, ma anche alla propria esperienza personale.
Il regista fu infatti sequestrato e imprigionato durante gli anni della dittatura militare argentina.
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra, interpretato da Adriano Giannini, ritorna in Argentina per testimoniare nel processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e ridussero in schiavitù durante la dittatura.
Insieme ad altri sopravvissuti viene ospitato in una struttura messa a disposizione dal Ministero della Giustizia.
L’attesa della testimonianza diventa inevitabilmente un viaggio nella memoria. Mariano incontra nuovamente persone che condivisero con lui la prigionia e ascolta racconti rimasti sospesi per decenni.
È uno dei pochi sopravvissuti di quella tragedia.
Ma sopravvivere non significa necessariamente essere riusciti a lasciarsela alle spalle.
Il ritorno nella città dalla quale era stato costretto ad allontanarsi lo obbliga quindi ad affrontare una domanda più profonda: che cosa significa essere sopravvissuti quando il passato continua ad abitare il presente?
Il thriller psicologico incontra così il dramma giudiziario, mentre la vicenda personale assume una dimensione politica che supera ampiamente i confini dell’Argentina.

IMPERIUM – Sergei Loznitsa
Fuori Concorso – Venezia Open
Un immenso patrimonio di immagini dimenticate negli archivi torna alla luce con Imperium di Sergei Loznitsa.
Il film nasce da materiali girati tra il 1970 e il 1973 da cineasti italiani impegnati in quello che viene presentato come il più grande progetto mai realizzato nell’URSS da registi stranieri.
Quelle immagini diventano oggi un viaggio attraverso l’enorme territorio sovietico: dalle coste artiche ai deserti dell’Asia centrale, dai Carpazi fino al Pacifico.
Musiche, rituali, abiti, tradizioni e vita quotidiana mostrano la straordinaria varietà culturale, sociale e religiosa dei popoli riuniti all’interno dell’Unione Sovietica.
Il viaggio parte da Mosca e progressivamente si allontana dal centro del potere, raggiungendo villaggi e comunità nelle quali sopravvivono tradizioni antichissime.
Loznitsa sceglie di non utilizzare né voce narrante né commento.
Sono le immagini a raccontare il paradosso di uno Stato che cercava di proiettare un’immagine di unità governando, in realtà, mondi profondamente differenti.
Imperium diventa quindi qualcosa di più di un documento storico: attraverso quelle immagini riemergono le dinamiche coloniali dell’URSS e la capacità di resistenza culturale dei suoi numerosi popoli.
Una chiave di lettura che inevitabilmente dialoga anche con le fratture geopolitiche ancora presenti nello spazio dell’ex Unione Sovietica.

LA RAGAZZA CON LA LEICA – Alina Marazzi
Orizzonti – Film d’apertura, in Concorso
Alina Marazzi porta sullo schermo la vita di Gerda Taro, fotografa di guerra, antifascista e artista, restituendole finalmente un ruolo centrale nella storia della fotografia del Novecento.
Insieme al fotografo ungherese André Friedmann, Taro contribuì alla creazione dello pseudonimo destinato a diventare leggendario: Robert Capa.
Una parte delle fotografie attribuite per lungo tempo a Capa sarebbe stata in realtà realizzata dalla stessa Taro.
La ragazza con la Leica riporta quindi Gerda al centro della propria storia: il lavoro, l’impegno politico, l’indipendenza e quella cerchia di artisti e intellettuali affascinati dalla sua personalità.
Parigi, 14 luglio 1937.
Gerda trascorre l’ultima giornata prima di tornare sul fronte spagnolo insieme a Robert Capa e agli amici con i quali era fuggita dalla Germania nazista.
Passato e presente cominciano a intrecciarsi.
Riemergono l’attivismo politico a Lipsia accanto al suo primo amore, l’esilio parigino, l’incontro e la relazione con Capa, la scoperta della fotografia e soprattutto la crescente convinzione che la Leica possa diventare uno strumento di resistenza e libertà.
Gerda Taro sarà la prima fotoreporter donna a morire su un campo di battaglia.
Il film di Marazzi prova così a restituire visibilità a una donna rimasta troppo a lungo nell’ombra dell’uomo con cui aveva condiviso vita, lavoro e invenzione artistica.

LA CITTÀ DEI VIVI – Edoardo Gabbriellini
Orizzonti – In Concorso
Edoardo Gabbriellini porta al cinema La città dei vivi, liberamente ispirato all’omonima opera true crime di Nicola Lagioia.
Il film sceglie però di non concentrarsi sulla ricostruzione del delitto che sconvolse Roma e l’Italia.
Lo sguardo si sposta piuttosto sulle sue origini, cercando di comprendere le dinamiche umane, culturali ed emotive che possono precedere un atto apparentemente incomprensibile.
Luca ha ventitré anni.
Vive con la famiglia che lo ha adottato e che gli vuole bene, frequenta gli amici muovendosi tra periferia e centro di Roma e ha una ragazza con la quale condivide un amore giovane ma intenso.
Come molti ragazzi della sua età cerca il proprio posto nel mondo, in quel momento della vita nel quale tutto sembra ancora possibile e, contemporaneamente, qualcosa sembra già perduto.
Luca conduce però anche una seconda vita.
Una notte, dopo un incontro apparentemente casuale, la sua esistenza cambia definitivamente attraverso un atto di violenza cieca e insensata.

THE BURNING GIANTS – Phuttiphong Aroonpheng
Orizzonti – In Concorso
Dopo aver raccontato il dramma del popolo Rohingya in Manta Ray, vincitore come miglior film nella sezione Orizzonti nel 2018, il regista thailandese Phuttiphong Aroonpheng torna a Venezia con The Burning Giants.
Questa volta al centro della storia c’è il popolo Karen, minoranza etnica presente tra Thailandia e Myanmar.
Un misterioso fumo avvolge la Thailandia occidentale provocando una strana malattia infettiva: sul corpo dei malati compaiono sintomi simili alle ustioni provocate da un fuoco invisibile.
Un abitante Karen viene arrestato nella giungla e condotto in un centro di quarantena. L’uomo sogna di tornare sulle montagne dalle quali proviene. Anche sua moglie, rifugiatasi a Bangkok, condivide lo stesso desiderio.
Ma il loro villaggio è minacciato dalle guardie forestali, intenzionate a bruciarlo per fare spazio a un parco nazionale.
Oltre la cortina di fumo, nascosto nella giungla, esiste però anche un teatro abbandonato popolato dagli spiriti di soldati-orchi in fuga dall’esercito del Re durante un’antica guerra.
Realtà, mito e memoria finiscono così per sovrapporsi.
Basato su un caso reale, il film diventa una denuncia degli sfollamenti forzati e delle violenze subite dalle comunità Karen.

AGATA THE WRITER – Kuba Dorabialski
Giornate degli Autori – In Concorso
Opera prima di Kuba Dorabialski e interpretato da Mia Wasikowska, Agata the Writer affronta un tema differente ma altrettanto contemporaneo: chi ha il diritto di raccontare la storia degli altri?
Agata parte da Sydney e raggiunge Sarajevo con l’intenzione di scrivere un romanzo sulla guerra.
Durante la ricerca del materiale, però, alcune persone del luogo iniziano a mettere in discussione le sue motivazioni e il suo stesso diritto di trasformare quelle esperienze in materia narrativa.
Le certezze della scrittrice cominciano a vacillare.
Contemporaneamente, alcune opere d’arte provocatorie e oscene scompaiono misteriosamente.
Quando Agata legge i primi capitoli del nuovo romanzo diventa evidente che il libro che sta scrivendo non riguarda più propriamente la guerra.
Riguarda invece quei piccoli e apparentemente insignificanti momenti di resistenza umana che continuano a esistere anche all’ombra dei grandi conflitti.
Il soggiorno a Sarajevo cambia così il suo modo di intendere la scrittura e la conduce verso una consapevolezza fondamentale: raccontare la vita degli altri comporta sempre una responsabilità.
Il cinema come esercizio di memoria
Sono film lontanissimi per ambientazione, epoca e linguaggio, eppure sembrano incontrarsi attorno alla stessa domanda.
Come si racconta una ferita?
Quella di un adolescente ricoverato in psichiatria, di un uomo sopravvissuto alla dittatura argentina, di popoli compressi dentro un impero, di una fotografa cancellata dalla memoria collettiva, di una comunità costretta ad abbandonare la propria terra o di una città segnata da una violenza apparentemente inspiegabile.
Persino Agata the Writer, mettendo in discussione il ruolo stesso di chi racconta, sembra chiudere idealmente il cerchio.
Perché conservare la memoria non significa semplicemente ricostruire ciò che è accaduto.
Significa decidere da quale punto guardarlo, a chi restituire la voce e quale responsabilità assumersi nel momento in cui quella storia viene consegnata agli altri.
Ed è forse proprio qui che questi film, prima ancora di arrivare sullo schermo del Lido, sembrano trovare il loro terreno comune.


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