7 Ottobre 2026

Zarabazà

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La notte di San Lorenzo e un desiderio di libertà

Qualche mese fa scrissi un articolo dal titolo “Non ci credo”.

Erano tre parole semplici. Non erano una sentenza e non pretendevano di esserlo. Non volevo stabilire innocenze o colpevolezze, perché questo compito appartiene alla giustizia.

Esprimevano semplicemente un dubbio.

Oggi è San Lorenzo.

È la notte nella quale la tradizione ci invita a guardare il cielo, aspettare una stella cadente ed esprimere un desiderio.

Io il mio l’ho già scelto.

Vorrei che nessun innocente fosse mai privato della propria libertà.

Sembra un desiderio scontato.

Forse non lo è.

Viviamo in un tempo nel quale un’accusa rischia troppo facilmente di trasformarsi, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, in una condanna.

Un’indagine diventa una certezza.

Un arresto diventa una prova.

Un’ipotesi accusatoria diventa una verità.

Ma non funziona così.

O almeno non dovrebbe funzionare così.

Un’accusa può essere fondata e trovare piena conferma durante un processo.

Ma può anche essere infondata.

Una prova può essere autentica, ma può anche essere falsa, alterata o costruita. Un elemento vero può essere interpretato erroneamente. Circostanze apparentemente inequivocabili possono assumere un significato completamente diverso quando accusa e difesa hanno finalmente la possibilità di confrontarsi davanti a un giudice.

Persino una rappresentazione apparentemente perfetta dei fatti può rivelarsi falsa.

Ed è esattamente per questo che esiste il processo.

Se l’accusa fosse già certezza della colpevolezza, non avremmo bisogno di celebrarlo.

Il carcere prima della sentenza

C’è poi una questione sulla quale da tempo mi interrogo: la custodia cautelare in carcere.

So perfettamente che è prevista dal nostro ordinamento.

So che possono esistere situazioni nelle quali è indispensabile intervenire prima della conclusione di un processo: per impedire una fuga, evitare l’inquinamento delle prove o prevenire la reiterazione di determinati reati.

Non metto in discussione l’esistenza dello strumento.

Ma continuo a trovare umanamente crudele la possibilità che una persona possa trascorrere mesi privata della propria libertà quando ancora non è stata riconosciuta colpevole.

E proprio qui nasce una parte importante del mio desiderio.

Non sto dicendo ciò che oggi stabilisce la legge.

Sto dicendo ciò che vorrei che la legge garantisse ancora più chiaramente domani.

Vorrei che, quando si procede per reati che non implicano violenza contro la persona, la privazione della libertà di chi non è stato ancora riconosciuto colpevole diventasse un’eventualità ancora più eccezionale, limitata alle situazioni nelle quali sia realmente impossibile tutelare la collettività e il processo attraverso misure diverse dal carcere.

Questo non significa affatto considerare poco gravi i reati economici, patrimoniali o contro la pubblica amministrazione.

Chi ruba denaro pubblico danneggia tutti.

Chi si lascia corrompere tradisce le istituzioni.

Chi commette un reato deve risponderne.

Ma c’è una parola che viene prima di tutto:

chi.

Dobbiamo prima accertare che quella persona abbia realmente commesso quel fatto.

Prima viene l’accertamento della responsabilità.

Poi viene la pena.

Perché la custodia cautelare ha una funzione cautelare e non può trasformarsi in un’anticipazione della pena.

Il mio desiderio è già scritto nella Costituzione

Ed è proprio qui che mi sono accorto di una cosa.

Forse il mio desiderio nella notte di San Lorenzo non è poi così impossibile.

Non dobbiamo neppure chiedere alle stelle di inventare gli strumenti per realizzarlo.

Li abbiamo già.

Sono scritti nella nostra Costituzione.

L’articolo 13 comincia con quattro parole che dovremmo leggere molto lentamente:

«La libertà personale è inviolabile».

Naturalmente lo stesso articolo consente che quella libertà possa essere limitata nei casi e nei modi previsti dalla legge, con le garanzie stabilite dall’ordinamento.

Poi arriva l’articolo 27:

«L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Proviamo a mettere insieme queste due frasi.

Da una parte abbiamo una libertà che la Costituzione definisce inviolabile.

Dall’altra abbiamo una persona che la stessa Costituzione ci impedisce di considerare colpevole fino alla condanna definitiva.

Tra questi due principi si colloca uno dei poteri più delicati che uno Stato possa esercitare: privare della libertà un essere umano che ancora non è stato definitivamente riconosciuto colpevole.

E proprio perché quel potere esiste credo debba essere esercitato con una prudenza straordinaria.

Del resto, lo stesso codice di procedura penale stabilisce un principio fondamentale: la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata.

Il carcere prima della condanna, dunque, non dovrebbe essere semplicemente una delle possibilità.

È l’estrema possibilità.

E quando le esigenze cautelari vengono meno, la legge prevede la revoca della misura; quando si attenuano o una misura meno grave diventa sufficiente, l’ordinamento prevede che possa essere sostituita.

Non sto chiedendo impunità.

Non sto chiedendo che chi commette un reato possa sottrarsi alle proprie responsabilità.

Sto chiedendo esattamente il contrario.

Che si indaghi.

Che si raccolgano le prove.

Che si celebri il processo.

Che accusa e difesa possano confrontarsi.

Che un giudice stabilisca i fatti.

E che chi viene riconosciuto colpevole paghi la pena prevista dalla legge.

Ma dopo avere accertato che è colpevole.

Il dubbio è una garanzia

Io ho anche una ragione personale per avere imparato quanto possa essere pericolosa la distanza tra ciò che appare e ciò che realmente è accaduto.

Conosco la sensazione di vedere fatti, elementi e interpretazioni comporre davanti agli altri una storia diversa da quella che sai di avere vissuto.

Quando lo vivi sulla tua pelle impari qualcosa che difficilmente dimentichi.

Il dubbio non è debolezza.

È prudenza.

È civiltà.

Ed è soprattutto una garanzia.

Una prova può essere interpretata male.

Una testimonianza può essere falsa.

Un documento può raccontare soltanto una parte della storia.

Una prova può persino essere costruita per rappresentare una realtà che non esiste.

È per proteggerci anche da tutto questo che esistono il processo, la difesa, il contraddittorio e diversi gradi di giudizio.

Oggi quella garanzia riguarda qualcuno che non conosciamo.

Domani potrebbe riguardare un nostro amico.

Dopodomani potrebbe riguardare noi.

Ecco perché un principio è veramente tale soltanto quando siamo disposti a riconoscerlo anche a chi non ci piace, a chi non conosciamo e persino a chi istintivamente siamo portati a ritenere colpevole.

Il tempo che nessuno può restituire

C’è infine qualcosa che rende terribile l’eventualità di privare della libertà un innocente.

Il tempo.

Possiamo arrestare una persona oggi e assolverla domani.

Possiamo scrivere in una sentenza che quella persona non ha commesso il fatto.

Possiamo aprire una porta e restituirle la libertà.

Possiamo persino riconoscerle un risarcimento.

Ma esiste qualcosa che nessun tribunale, nessuna legge e nessuna somma di denaro potranno mai restituirle.

I giorni durante i quali quella porta è rimasta chiusa.

Non possiamo restituire le mattine.

Le sere.

Gli affetti.

Il lavoro.

Le occasioni perdute.

Non possiamo cancellare completamente neppure il sospetto che inevitabilmente rimane attaccato al nome di una persona dopo un arresto, anche quando una sentenza successiva dovesse riconoscerne l’innocenza.

Forse è proprio questa irreversibilità che dovrebbe renderci estremamente prudenti ogni volta che decidiamo della libertà di qualcuno.

C’è infine un’altra forma di condanna che non viene pronunciata da un giudice.

È il tempo.

Persino la prescrizione può diventare una condanna per chi si considera innocente.

Perché dopo anni trascorsi ad aspettare che la giustizia accerti i fatti, sentirsi dire che è passato troppo tempo non sempre significa sentirsi finalmente liberi.

Può significare rimanere per sempre prigionieri di un dubbio.

«Prescritto, però…»

Due parole possono diventare una sentenza sociale molto più lunga di quella che avrebbe potuto pronunciare un tribunale.

Per questo il nostro ordinamento riconosce all’imputato anche la possibilità di rinunciare alla prescrizione.

Perché esiste una differenza enorme tra non essere condannati e poter ottenere una decisione sul merito delle accuse.

Per chi sa di essere innocente, qualche volta, non basta che un processo finisca.

Ha bisogno che finisca l’incubo.

Una stella per ogni desiderio, una lacrima per ogni ingiustizia

Qualche mese fa scrissi:

“Non ci credo”.

Oggi non aggiungo nomi.

Non parlo di singoli processi.

Non stabilisco innocenze né colpevolezze.

Rivendico semplicemente il diritto al dubbio fino a quando un processo non avrà accertato i fatti.

E questa notte, se vedrò una stella cadente, esprimerò il mio desiderio.

Che chi ha commesso un reato venga giudicato e, quando riconosciuto colpevole, risponda delle proprie azioni.

Ma che nessun innocente trascorra un solo giorno dietro una porta che non può aprire.

Che nessuno perda la propria libertà per un’accusa infondata, per una prova falsa, alterata o costruita, o per un fatto interpretato erroneamente.

Vorrei che, soprattutto per i reati che non implicano violenza contro la persona, fossimo capaci di trovare ogni possibile strumento per proteggere il processo e la collettività senza privare della libertà chi è ancora presunto innocente.

È questo il mio desiderio.

Che gli incubi finiscano.

Che la presunzione di non colpevolezza non rimanga soltanto una bellissima frase della nostra Costituzione.

E che quelle quattro parole —

«La libertà personale è inviolabile» —

continuino a rappresentare ciò che dovrebbero essere:

il limite che lo Stato pone a se stesso quando dispone della libertà di un essere umano.

Questa notte cadranno tante stelle.

Forse ognuna porterà con sé un desiderio.

Forse qualcuna sembrerà una lacrima.

Io ne aspetterò una pensando alla libertà.

Perché un giorno trascorso ingiustamente dietro le sbarre non potrà restituircelo nessuna stella.

E forse, per una volta, non abbiamo nemmeno bisogno che una stella cada per fare avverare questo desiderio.

Gli strumenti per provarci sono già scritti nella nostra Costituzione.

Forse, per una volta, non abbiamo nemmeno bisogno che una stella cada per fare avverare questo desiderio.

Gli strumenti per provarci sono già scritti nella nostra Costituzione.

Che gli incubi finiscano.

E permettetemi, alla fine di questa riflessione, una nota personale.

Oggi avrei potuto prendere il telefono e scrivere un semplice messaggio di auguri.

Non lo farò.

Perché ci sono momenti nei quali un «buon onomastico» rischia di essere troppo piccolo rispetto a quello che si vorrebbe realmente augurare a una persona.

Ho preferito affidare il mio augurio a queste righe e, simbolicamente, a una delle stelle di questa notte.

Questo articolo sostituisce quindi un messaggio che non invierò.

Chi deve comprenderne il significato, probabilmente, lo comprenderà.

Il mio augurio è tutto qui:

che gli incubi finiscano, che torni la serenità e che, quando tutto questo sarà soltanto un ricordo, si possa finalmente tornare a guardare il cielo senza avere davanti delle sbarre.

Buon San Lorenzo.

Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, su ideazione e indicazioni dell’autore.

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