CALTANISSETTA – C’è un momento preciso in cui la sofferenza individuale smette di essere un peso privato e si fa letteratura, trasformandosi in una mappa condivisa. Questo passaggio, quasi alchemico, si è avvertito ieri sera a Caltanissetta, nella Sala degli Oratori di Palazzo Moncada, durante l’incontro di presentazione di “Fili invisibili del destino” (Scatole Parlanti, collana Voci), l’opera prima della venticinquenne nissena Stefania Maria Pia Ferro.Accanto all’autrice, le docenti Pamela Lucrezia Intilla e Maria Giulia Palermo hanno guidato il pubblico in una conversazione che ha superato la cronaca editoriale per farsi indagine sulle fragilità del nostro tempo.
Il profilo di Stefania Ferro scardina il vecchio stereotipo che vuole la cultura scientifica e quella umanistica come rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Laureata con lode in Ingegneria Informatica e specializzanda in Intelligenza Artificiale, Ferro applica la lente della matematica all’imprevedibilità delle relazioni umane. Durante l’incontro, l’autrice ha tradotto in metafora narrativa il concetto scientifico di instabilità numerica: come nel calcolo una minima perturbazione iniziale può propagarsi fino a distorcere l’intero output, così un trauma trascurato nell’infanzia – come il bullismo – può far crollare l’equilibrio di un’esistenza. La scrittura diventa così un “fattore di correzione”, un tentativo di rintracciare un disegno perfetto e un ordine logico dietro il caos apparente del destino umano. La narrazione corale del romanzo si affida a tre figure femminili: Marina, Martina e Paola, i cui percorsi si incrociano attorno a domande universali sul dolore, la fede, il lutto e la rinascita. Costruire questi personaggi è stato per l’autrice un esercizio di Kintsugi: raccogliere i frammenti di realtà ferite e saldarli insieme con l’oro delle parole.
I temi sollevati dal testo sono densi e stratificati: si va dalla violenza psicologica di genere – definita come il precursore sotterraneo dell’abuso fisico – alla precarietà lavorativa, fino alla complessa dignità della donazione degli organi. Sullo sfondo, la geografia del libro accosta la periferia catanese di Librino alle ferite silenziose del centro storico di Caltanissetta. Quartieri storici come la Provvidenza o San Domenico diventano lo specchio di una marginalità che non è una fredda statistica, ma un panorama umano che attende un’opportunità di riscatto.
L’architettura culturale della serata ha poggiato su un pilastro fondamentale: l’idea che l’educazione sia, prima di tutto, un atto di accoglienza. Nel ripercorrere la genesi del libro, Stefania Ferro ha ricordato come la scuola sia stata la sua ancora di salvataggio. L’ascolto e l’empatia delle professoresse Intilla e Palermo – a cui il romanzo rende un implicito tributo attraverso i suoi personaggi – testimoniano che un docente non è un mero distributore di nozioni, ma una figura capace di intercettare il malessere della modernità.
In un’epoca di profonde solitudini, “Fili invisibili del destino” si propone come uno strumento di crescita collettiva. L’incontro di Palazzo Moncada si è chiuso lasciando al pubblico una suggestione profonda, che l’autrice ha affidato ai presenti come un ideale passaggio di testimone: la certezza che, nonostante le cicatrici, ogni individuo custodisca intatto il diritto e il valore di essere salvato.

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