“Le Eretiche, Sante e Profetesse” di Nora Lux è un’opera itinerante concepita per costruire una nuova geografia dello spirito attraverso l’Europa. Il progetto mira a risvegliare la memoria dei luoghi – castelli, dimore storiche e piazze – creando un dialogo profondo tra l’architettura e la narrazione del femminile sacro. Lo scorso 20 giugno a Roma, alle ore 17.00, presso il Palazzo di Giustizia in Piazza Cavour nel rione Prati, l’evento inaugurale di questo progetto si è posto come un’urgenza ontologica nel panorama della cultura contemporanea, un atto di risignificazione che ha trasformato la performance in un’interpellanza radicale verso i fondamenti della giustizia universale. La scelta del Solstizio d’Estate e del Palazzo di Giustizia di Roma non è stata puramente estetica, bensì una mossa strategica di comunicazione simbolica: nel momento di massima luce solare, l’azione rituale ha penetrato l’oscurità delle sentenze storiche per rivendicare la libertà di pensiero e l’autodeterminazione dell’essere.
Incontriamo Nora Lux, nota artista visuale e transmediale, a pochi giorni dalla sua performance, per una intervista a cuore aperto sulla tappa romana, intitolata “LE ERETICHE”. L’operazione compiuta il 20 giugno 2026 non è stata una semplice esecuzione performativa, ma una perturbazione ontologica dello spazio urbano. Collocare l’azione dinanzi al Palazzo di Giustizia di Roma — il cosiddetto “Palazzaccio”, emblema architettonico della legge codificata e della stasi maschile — durante il Solstizio d’Estate, significa attivare un cortocircuito simbolico. La frizione tra la rigidità del “tempio della legge” e la fluidità del rito ha generato una forma di “giustizia poetica” dove la luce zenitale non ha solo illuminato i corpi, ma ha agito come uno strumento di sventramento delle zone d’ombra lasciate dalle sentenze storiche.
In che modo la “massima luce solare” solstiziale ha interagito con la solidità plumbea di Piazza Cavour? Ritieni che questa contrapposizione abbia facilitato la penetrazione della Verità nelle pieghe dell’oscurità storiografica, rendendo l’azione rituale una vera e propria interpellanza radicale verso i fondamenti della giustizia umana?
Il sole occupa una posizione centrale, è guida e regolatore di tutti gli astri, moderatore dell’universo. La sua luminosità colma ogni cosa. “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo della cosa unica”. Cosi come la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, ciò che è dentro le mie azioni performative è anche fuori.
Il tuo lavoro impone un necessario esercizio di metanoia semantica attraverso il recupero etimologico di hairetikos: “colui che sceglie”. L’eresia viene così spogliata del suo portato inquisitorio per essere restituita alla sua dignità di manifesto di autodeterminazione spirituale. Scegliere diventa l’unica forma di conoscenza sacra possibile, un atto ontologico che scardina il dogma per rivendicare la sovranità del sé. Nel passaggio dell’eresia da marchio d’infamia a manifesto di autodeterminazione, qual è il prezzo che il corpo dell’artista e dell’eretica paga nell’atto della scelta? In che modo l’azione rituale ha materializzato questa scelta come unica via di accesso al Sacro, superando la dicotomia tra obbedienza e peccato?
Allentare la ragione e il controllo razionale per originare esperienze inedite.
L’arte e la letteratura sono campi in cui l’uomo può liberarsi dai suoi vincoli proprio perchè disancorati da obblighi e consuetudini convenzionali, per indagare nuove possibilità. Attraverso la visione attiva di una performance site specific si entra profondamente in relazione con lo spazio e con il tempo, dando corpo e sostanza a forme inedite. Le mie azioni sono “sfogo dello spirito” per chi le mette in scena e per chi le osserva, in una catarsi comune.
Dalla ricerca formale a strumento di conoscenza che indaga “l’ospite sconosciuto” che ognuno porta con se. La performance è per me la speranza dell’uomo nuovo. Codificare segni, messaggi, emozioni, idee, anche mediante strutture conflittuali e contraddittorie, come in un labirinto che simboleggia proprio lo sforzo di liberarsi da ogni legame interiore ed esteriore. Uscendo dall’abituale ci si espone al rischio di non essere compresi, ma se questo rischio porta dei dubbi, possono sorgere pensieri profondi per aprirci al confronto su più livelli di coscienza sperimentando se stessi. La parola eretica ai giorni nostri assume il suo significato originario: colei che sceglie, perché non si fa affascinare dalla via facile e ipnotica e rifiuta il sonno e l’illusione.
L’argento vivo (il mercurio) a contatto con il fuoco subisce il processo di sublimazione/evaporazione.
Nora, la tua interazione con le figure di Margherita Porete, Giovanna D’Arco e Guglielma di Milano ha creato una polifonia che ha sfidato apertamente la storiografia maschile. In che modo il dare “carne e respiro” a queste eretiche ha trasformato lo spazio di fronte al Palazzo di Giustizia in una zona temporaneamente autonoma di rivendicazione ontologica?
Lo scenario urbano di Piazza Cavour ha cessato di essere un semplice sfondo realistico e si è trasformato in uno scenario metafisico attraverso un processo di spoliazione, astrazione e risignificazione dello spazio. La trasformazione metafisica è avvenuta con l’ausilio di precisi meccanismi concettuali e visivi: la sospensione temporale e l’ isolamento dell’oggetto. L’Azione si è svolta alle 17.00 sotto la luce accecante e zenitale del solstizio d’estate. Questa scelta di luce assoluta ha cancellato le sfumature e generato ombre nette e geometriche, ricalcando l’estetica della pittura metafisica dechirichiana. Il Palazzo di Giustizia è stato decontestualizzato: non più solo l’edificio burocratico della Roma odierna, ma si è trasformato in un “fondale metafisico”, un’ architettura assoluta, nuda silenziosa, che ha rappresentato l’idea atemporale del potere e del dogma. La frizione feconda tra ortodossia e rito: da un lato la rigidità dell’ortodossia istituzionale, espressa dalla pietra pesante geometrica e simmetrica del Palazzaccio; dall’altro la fluidità e la sacralità del rito portato in scena dai corpi in movimento circolare continuo, e dalla posizione corporea che ha ripreso il “Knielauf schema”, combinato con la svastica antropomorfa.
Questa frizione ha svuotato la piazza dalla sua funzione quotidiana ( il traffico, i passanti, la routine cittadina) inserendovi una dimensione altra.
Lo spazio ordinario si è fratturato per accogliere l’invisibile e il sacro. Le performer in scena con i corpi disposti secondo precisi orientamenti astronomici etruschi (Templum) sono diventate geometrie viventi ( svastica antropomorfa solare) diventando simboli geometrici astratti; le figure si sono mosse nello spazio come gli elementi enigmatici dei quadri metafisici: non hanno rappresentato singole donne del passato, ma l’archetipo universale della resistenza spirituale e del pensiero divergente. In questo modo la realtà fisica del tribunale è stata “scavalcata” e lo spazio si è trasformato in un luogo mentale, dove il passato medievale delle eretiche e il presente della performance sono coesistite in un’unica eterna dimensione simbolica. Una frattura per accogliere l’invisibile e il sacro.
Tecnicamente e poeticamente, hai percepito una resistenza psicologica nel pubblico durante la performance?
No ,anzi, il pubblico era nella visione in maniera attiva, in una catarsi individuale e collettiva.


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