19 Luglio 2026

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La vera storia del Mostro di Venezia

Chiunque visiti Venezia si ritrova, prima o poi, a costeggiare la Riva de Biasio. Questa celebre fondamenta, situata sul Canal Grande proprio di fronte alla maestosa chiesa di San Geremia, custodisce nel suo nome un passato oscuro che la Repubblica della Serenissima ha cercato, invano, di cancellare per secoli. Dietro a questo toponimo si nasconde infatti la vicenda d’autunno del 1503, l’anno in cui i veneziani scoprirono con orrore l’esistenza di un vero e proprio mostro cittadino.

Un successo culinario irresistibile

Nei primi anni del Cinquecento, la taverna più frequentata della laguna si trovava in Campo San Zan Degolà ed era gestita da Biagio Cargnio. Noto a tutti come un abile luganegher (salsicciaio e macellaio), Biagio era diventato una celebrità locale grazie a un piatto forte che attirava folle oceaniche sia dalle isole interne sia dalla terraferma: lo “sguazeto alla Biagio”.

Il guazzetto tradizionale dell’epoca era una pietanza povera di origine medievale, una minestra densa a base di frattaglie, verdure e piccoli ritagli di carne avanzati dalla disossatura. Ma la ricetta di Biagio aveva una marcia in più. La sua carne era rinomata per una morbidezza soprannaturale che si scioglieva letteralmente in bocca, un dettaglio che permetteva al macellaio di accumulare fortune e dominare la scena gastronomica veneziana.

Quella falange nel piatto

Il fortunato impero di Biagio crollò di colpo durante un normale pomeriggio d’autunno. Alcuni operai, clienti abituali della locanda, stavano consumando il loro pasto a base di sguazeto quando uno di loro masticò qualcosa di insolitamente duro. Pensando alla classica scheggia d’osso, l’uomo sputò il boccone sul tavolo.

Il silenzio calò nella stanza: non si trattava dei resti di un animale, ma di una falange umana. Nel piatto rimase a testimoniare l’orrore il piccolo dito di un bambino, con tanto di unghia ancora visibile.

Il pugno di ferro della Serenissima

La reazione delle autorità veneziane fu fulminea e priva di sconti. Biagio fu denunciato alla Quarantia Criminal, il braccio penale della giustizia cittadina. Condotto nelle celle dei Piombi e sottoposto a durissimi interrogatori, confessò infine l’agghiacciante verità: per ottenere quella consistenza così tenera, rapiva i bambini che si smarrivano tra le calli della città per poi macellarli e mescolarli allo spezzatino.

La condanna inflitta dalla Serenissima cercò di emulare la stessa ferocia dei crimini del macellaio, fungendo da monito eterno:

  • Il supplizio pubblico: Biagio venne legato a un cavallo e trascinato per la città fino alla sua bottega.
  • La mutilazione: Davanti alla folla rimasta orripilata, gli vennero recise le mani, poi appese al suo stesso collo.
  • L’esecuzione: Torturato lungo il percorso con tenaglie roventi, trovò la morte per decapitazione in Piazza San Marco, tra le due iconiche colonne della riva.

Per completare la punizione e tentare di purificare la città dal male, il corpo del “Mostro” fu diviso in quattro parti ed esposto su forche in diversi punti della laguna. La locanda e l’abitazione dell’uomo vennero completamente rase al suolo e il terreno fu cosparso di sale. Nonostante lo sforzo del governo di cancellare persino il ricordo di Biagio, la memoria dei cittadini si dimostrò più forte, battezzando per sempre quel tratto di Canal Grande con il nome del suo peggior incubo.