10 Maggio 2026

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L’UOVO: IL SIMBOLO DI PASQUA È UN CAPOLAVORO DELL’EVOLUZIONE

DALLA BIOLOGIA AGLI ABISSI PREISTORICI: IL MUSEO KOSMOS E LA MOSTRA OCEANI
PERDUTI. GIGANTI MARINI AL TEMPO DEI DINOSAURI RACCONTANO LA SCIENZA DELL’UOVO,
IN VISTA DELLE FESTE E DELLA GIORNATA NAZIONALE DEL MARE, L’11 APRILE

Pavia. Nessun altro simbolo accompagna la Pasqua con la stessa universalità dell’uovo. Presente in molte culture come segno di rigenerazione, nella tradizione cristiana è il richiamo diretto alla resurrezione: il guscio come sepolcro, la vita che ne emerge come rinascita. Lo stesso simbolismo percorre tradizioni molto più antiche: nelle cosmogonie egizie e indiane un uovo primordiale dà origine al mondo; in Persia, già nel V secolo a.C., le uova venivano donate come augurio per il Capodanno primaverile. Nell’arte, Piero della Francesca lo sospende al centro della Pala di Brera come simbolo di perfezione divina. E per la scienza, nella sua complessità evolutiva, questo capolavoro naturale racchiude il mistero della vita.

CHE COS’È L’UOVO IN NATURA? I curatori di Kosmos – Museo di Storia Naturale dell’Università di Pavia e della mostra Oceani Perduti. Giganti marini al tempo dei dinosauri ripercorrono milioni di anni di strategie riproduttive, sulle orme di Lazzaro Spallanzani, professore dell’Ateneo pavese che, nella seconda metà del Settecento, fu tra i primi a porre le basi della biologia della riproduzione. Direttore del Museo di Storia Naturale dell’Università, Spallanzani condusse esperimenti rivoluzionari sulla fecondazione – tra cui un celebre lavoro sulle rane, in cui fece indossare ai maschi piccole “mutande” di seta per raccoglierne il liquido seminale e dimostrare il ruolo dello sperma nella fertilizzazione – anticipando i principi della fecondazione. Le sue scoperte sono illustrate nella Sala 3 di Kosmos. «L’uovo è uno dei pilastri della riproduzione negli organismi viventi. Una struttura straordinariamente complessa, modellata dall’evoluzione per proteggere, nutrire e perpetuare la vita. La sua varietà di forme e consistenze racconta milioni di anni di adattamento», spiega Edoardo Razzetti, curatore del Museo Kosmos. Ogni gruppo animale, infatti, ha sviluppato soluzioni adatte alle proprie esigenze.

LA FORZA DEI NUMERI, NEI PESCI. Le prime uova compaiono negli organismi marini, dove l’acqua offre protezione e sostegno allo sviluppo embrionale. La maggior parte dei pesci è ovipara: maschi e femmine rilasciano simultaneamente spermatozoi e uova in acqua e per questo devono produrne numeri elevatissimi, compensando l’elevata mortalità delle larve. «Il campione assoluto di prolificità è il pesce luna (Mola mola), diffuso in tutti gli oceani e nei mari italiani, qui esposto nella Sala 4 di Kosmos: una femmina può deporre fino a 300 milioni di uova, affidandole alle correnti. All’estremo opposto ci sono specie che producono poche uova, come il celacanto (Latimeria chalumnae), un fossile vivente ritenuto estinto e poi riscoperto negli abissi nel 1938, conservato nella Sala 8 di Kosmos. La femmina produce da 5 a 29 uova di circa 9-10 centimetri di diametro e le trattiene nel ventre per tre anni. Al termine dello sviluppo, queste uova si schiudono internamente e la femmina partorisce piccoli completamente formati», illustra Razzetti.

RANE E POLPI CON STRATEGIE SORPRENDENTI. Anche gli anfibi si riproducono in acqua, sebbene alcune specie depongano le uova in ambienti molto umidi o siano vivipare. Nelle rane, il maschio abbraccia la femmina e feconda le uova mentre vengono deposte. Ogni uovo è avvolto da una capsula gelatinosa trasparente: osservandolo, è possibile assistere in diretta allo sviluppo dei girini. Tra i molluschi, i cefalopodi hanno sviluppato alcune delle strategie riproduttive più sorprendenti. Il polpo comune (Octopus vulgaris) è un esempio estremo di dedizione parentale: la femmina depone fino a 400.000 uova nella propria tana e le veglia senza mai allontanarsi per settimane, fino a morire di sfinimento poco dopo la schiusa. Il calamaro (Loligo vulgaris) affida invece le capsule ovigere al substrato marino, proteggendole con una struttura gelatinosa. La seppia (Sepia officinalis) le depone a grappoli, rivestendole di inchiostro: una strategia adottata anche da alcuni degli abitanti dei mari preistorici in mostra a Oceani Perduti, come Parapuzosia, il cefalopode gigante la cui conchiglia è grande come la ruota di un trattore.

L’UOVO CON IL GUSCIO E LA CONQUISTA DELLA TERRA. La grande rivoluzione nella storia dei vertebrati è stata la comparsa dell’uovo amniotico, tipico di rettili e uccelli. «Questa struttura con il guscio – calcareo negli uccelli e flessibile in molti rettili – ha permesso la riproduzione lontano dall’acqua. Anche se non è immediato da credere, il guscio consente gli scambi gassosi con l’esterno, mentre l’albume e le membrane interne proteggono l’embrione. Grazie a queste innovazioni, i vertebrati hanno potuto colonizzare gli ambienti terrestri, anche quelli desertici e apparentemente inospitali. I dinosauri i cui modelli sono esposti nel cortile di Kosmos – che erano rettili – deponevano uova con forme e strategie che ricordano quelle dei rettili odierni», conclude Edoardo Razzetti, curatore di Kosmos.

LA RIVOLUZIONE DEI RETTILI MARINI PREISTORICI. «I primi rettili marini derivano da rettili terrestri che sono tornati all’acqua, per cui hanno conservato a lungo il legame con la terraferma attraverso la deposizione delle uova. Le grandi tartarughe del passato – tra cui Archelon, la più grande mai esistita, ricostruita a grandezza naturale – tornavano sulle spiagge per deporre le uova, come fanno le specie di oggi», spiega Simone Maganuco, paleontologo e curatore della mostra Oceani Perduti. Giganti marini al tempo dei dinosauri. «L’evoluzione è poi andata oltre. Nei grandi rettili marini come ittiosauri, mosasauri e molti plesiosauri, si è arrivati all’ovoviviparità o alla viviparità: le uova si sviluppavano all’interno del corpo della madre e i piccoli nascevano già formati e vivi. Un passaggio evolutivo di portata enorme, che lasciò a questi animali un unico legame con l’ambiente subaereo: la necessità di tornare in superficie per respirare aria con i polmoni, come devono fare ancora oggi tartarughe e iguane marine, ma anche mammiferi come delfini e balene».

PERCHÉ CONOSCERE I MARI È FONDAMENTALE. Non è immediato percepirlo perché il nostro mondo, in quanto organismi terrestri, ha un orizzonte molto limitato, ma viviamo su un pianeta fatto quasi totalmente d’acqua e la vita è apparsa nei mari, per poi conquistare la terraferma. Il 71% della superficie terrestre è coperto dagli oceani, che contengono il 97% dell’acqua. Sono i mari a regolare il clima globale attraverso scambi gassosi e termici con l’atmosfera e sono sempre i mari, grazie al fitoplancton (cioè le alghe microscopiche) a produrre oltre la metà dell’ossigeno che respiriamo. Un patrimonio da conoscere e proteggere, come ricorda la Giornata Nazionale del Mare, che si celebra l’11 aprile e quest’anno è dedicata al nostro Mediterraneo. La mostra Oceani Perduti. Giganti marini al tempo dei dinosauri esplora proprio uno dei periodi in cui questa storia marina era al suo culmine: un arco di tempo compreso tra 600 e 66 milioni di anni fa, quando gran parte di ciò che oggi è terraferma – compresa la Penisola italiana – era ancora sommersa dagli oceani. Lo testimonia il fossile del primo plesiosauro scoperto in Italia, rinvenuto a Zavattarello (PV) e oggi esposto a Kosmos.


ORARI E BIGLIETTI. Kosmos e la mostra Oceani perduti. Giganti marini al tempo dei dinosauri sono aperti dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00). Kosmos sarà chiuso il giorno di Pasqua.

Tariffe: €10,00 (intero mostra), €6,00 (ridotto mostra), €5,00 (ridotto studenti Università di Pavia).
Per info e prenotazioni: museokosmos.eu/mostre/oceaniperduti