La undicesima edizione di “Storie di Donne” si è conclusa, lasciando nelle protagoniste premiate e nel pubblico un turbinio di emozioni. L’appuntamento si è svolto a Roma lo scorso 21 gennaio presso l’Aula TD1 – Campus Luiss.
L’appuntamento, ideato ed organizzato dall’Associazione culturale Occhio dell’Arte APS di Anzio e da ACSI – Associazione di Cultura Sport e Tempo Libero presieduta da Antonino Viti, quest’anno è stato in collaborazione strategica con l’Associazione Sportiva Luiss e la presidenza di Luigi Abete, ed è stato davvero un grande successo.
Tra le premiate di “Storie di Donne” – tributo alla forza dei cammini e non solo ai traguardi, profonda celebrazione di chi, ogni giorno, apre una strada dove prima c’era un muro – figurava anche la scrittrice e poetessa Annamaria Farricelli. Ne parliamo con lei.

Cosa significa per lei ricevere un premio come Storie di Donne, che celebra specificamente la forza, il talento e la resistenza delle donne nel contesto odierno?
Ricevere il premio “Storie di Donne” presso la prestigiosa Università Luiss è stato per me un atto di ascolto profondo. Ha significato sentire le voci che ho attraversato e restituito nei miei lavori, fragili, ostinati, luminosi, dove hanno trovato casa. In un tempo che chiede di resistere senza mai fermarsi, questo riconoscimento non è stato un punto d’arrivo, ma una responsabilità: continuare a raccontare la complessità, il coraggio quotidiano, le contraddizioni. È stato un premio che non ha celebrato una singola storia, ma una costellazione di esperienze che si tengono per mano ed avanzano insieme.
La “Resistenza” è un tema centrale nel suo lavoro. Nel suo percorso, qual è stato il momento di maggiore resistenza tra i tanti che l’hanno resa la scrittrice e la donna che è oggi?
Non è stato un momento unico, ma una soglia ripetuta. È stato restare quando sarebbe stato più semplice arretrare, continuare a scrivere quando la mano tremava, la voce muta, le lacrime scendevano e il silenzio sembrava un rifugio sicuro. Resistere è stato abitare le crepe: quelle personali, quelle del mondo, quelle del linguaggio. È stato difendere uno sguardo non addomesticato, accettare la lentezza, la solitudine, il dubbio, senza smettere di credere che le parole potessero, ancora una volta, aprire varchi. In quella “resistenza” quotidiana ho imparato che scrivere non è proteggersi, ma esporsi, non vincere, ma restare fedeli. È lì che sono diventata scrittrice e donna: nello scegliere, ogni volta, di non tradire la mia voce.
Crede che la scrittura possa essere uno strumento attivo per cambiare la percezione della società sulla forza femminile?
Penso che la scrittura agisca sul cambiamento perché non proclama la forza: la mostra mentre accade. È uno strumento attivo perché sottrae la forza femminile alla retorica dell’ eccezione e la riporta nel quotidiano, nei gesti minimi, nelle scelte ambigue, nei corpi che resistono senza eroismi. Così cambia lo sguardo sociale: sposta l’attenzione dal risultato al processo, dal successo alla tenuta. Nei miei testi, la donna non è un simbolo, ma soggetto che pensa, desidera, sbaglia. Questa complessità educa chi legge a riconoscere la forza come relazione, come capacità di restare nel conflitto senza cancellarsi. È una forza che non chiede permesso e non cerca consenso: semplicemente esiste, e per questo si trasforma.
Secondo lei, quali sono le sfide attuali più grandi per le donne di oggi?
Tenere insieme ciò che il mondo continua a separare: forza e vulnerabilità, ambizioni e cura, libertà e appartenenza. È abitare sistemi che chiedono performance costante senza riconoscere il peso storico che ancora grava sui corpi e sulle scelte. È difendere il proprio tempo, la propria voce, il diritto alla complessità in una società che semplifica e consuma. Ma la sfida più radicale resta una: non interiorizzare lo sguardo che limita, non ridursi per essere accettata, continuare a esistere intere, anche quando costa.
C’è una figura femminile (reale o letteraria) che l’ha ispirata in carriera nel rappresentare la forza delle donne?
Nei miei scritti penso che non si avverta l’eco di una musa unica, ma una genealogia. Se una figura emerge con forza è Antigone: non l’eroina monumentale, ma la donna che sceglie di restare fedele a una legge interiore, anche quando il prezzo è l’isolamento. Accanto a lei vivono donne reali, spesso senza nome: madri, figlie, lavoratrici, corpi che tengono. La mia ispirazione non è l’eccezionalità, la dignità della “me” non è l’eccezionalità, ma la dignità della resistenza silenziosa. È lì che la forza prende forma; non come mito, ma come pratica quotidiana di verità.
Cosa vorrebbe che i lettori imparassero o sentissero riguardo alla forza delle donne dopo aver letto i suoi lavori?
Ritengo che, dopo aver letto i miei libri, si avverta uno spostamento sottile ma definitivo: la forza delle donne non appare più come un gesto straordinario, ma come una presenza continua. I lettori hanno imparato che la forza non coincide con l’invincibilità, ma con la capacità di restare, di scegliere, di abitare sé stesse, di attraversare il limite senza negarlo. Nei miei testi la forza è coscienza, memoria, responsabilità verso sé e verso gli altri. È qualcosa che non alza la voce, ma cambia il modo di guardare il mondo, e, una volta visto, non si torna indietro
Dopo questo importante riconoscimento, come evolverà la sua narrazione sulla condizione femminile?
Non si addolcirà né si farà celebrativa: diventerà più esigente. Lo sguardo sulla condizione femminile si allargherà, includendo nuove fratture, generazioni, zone d’ombre ancora poco ascoltate. Continuerò ancora di raccontare la forza, ma con una consapevolezza più radicale del potere della parola: non come rifugio, ma come spazio politico e umano. Credo che la mia scrittura si muoverà sempre più sul confine tra intimità e collettivo, interrogando il presente senza offrirgli alibi, restando fedele a una verità complessa, viva, necessaria.
Quale consiglio darebbe a giovani autrici che volessero raccontare sé stesse attraverso la letteratura?
Direi loro di non cercare subito una voce forte, ma una voce vera. Di scrivere da ciò che brucia e non da ciò che funziona, di attraversare il dubbio senza censurarlo. Raccontarsi non significa esporsi senza difese, ma scegliere cosa salvare e cosa lasciare andare. Consiglierei di leggere molto, ascoltare ancora di più e di non avere fretta di piacere. La scrittura non chiede perfezione, ma chiede fedeltà, nel tempo, diventa forma, forza, visione. Dico a tutte le donne, innanzitutto di imparare a scendere nelle profondità della propria anima, comprenderne i disagi, la rabbia, la generosità ed imparare a trasformare il buio nei colori dell’anima.

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