12 Dicembre 2025

Zarabazà

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Sahā: il debutto maturo e spirituale di Alessandro Luccioli che porta la world music nel presente

Nel mare di pubblicazioni digitali che si inseguono settimana dopo settimana, esistono album che non si limitano a uscire: emergono. Sahā, il primo lavoro da compositore di Alessandro Luccioli, appartiene a questa categoria. Un disco che non nasce per seguire un trend, ma per colmare una necessità: tradurre in musica anni di viaggi, inquietudini, trasformazioni e quella ricerca personale che spesso rimane dietro le quinte del percorso di un musicista.

Con alle spalle collaborazioni con Noemi, Bobby Solo, Mirkoeilcane, Piotta e un’intensa attività live, Luccioli sceglie ora di mettersi al centro del suo mondo creativo, dando vita a un progetto che è insieme intimo e corale, terreno e spirituale, autobiografico e universale.

Un concept album che parla dell’essere umano nel suo ciclo continuo

Il titolo Sahā, preso dal sanscrito, rimanda al nostro mondo inteso come dimensione dell’esperienza umana — quella in cui si attraversano gioie, sofferenze, cadute e rinascite. È un riferimento alla tradizione buddhista, ma anche una chiave di lettura del presente: l’artista, trentenne, affronta nelle sue composizioni il senso di vivere in un’epoca di crisi economiche ricorrenti, pandemia globale, guerre, democrazie traballanti e valori che sembrano sfilacciarsi.

La musica diventa così diario di un viandante che cerca significato nell’incertezza e trova radici nella pulsazione ritmica, nell’elemento più ancestrale dell’essere umano.

Geografia reale e geografia emotiva

Ogni traccia del disco è un capitolo di questo viaggio. Sahā non è un album scritto a tavolino, ma un mosaico di esperienze che prendono forma attraverso strumenti veri, suonati da musicisti in carne ed ossa. Una scelta deliberata e controcorrente in un’epoca in cui l’emulazione digitale sembra dominare.

“Elizeth” nasce da un incontro sul Fishermen’s Trail portoghese: un frammento di vita trasformato in paesaggio sonoro.
“Lyzard” cattura la modernità frenetica, dove la città diventa un habitat da attraversare con istinto animale.
Con “Enough” l’atmosfera si fa quasi lirica: una dedica al nipote dell’artista, un invito a cercare consolazione nella natura, lontano dal rumore del mondo.

Nel cuore dell’album, la dimensione spirituale cresce.
“Kali” è un’esplosione rituale in cui voce collettiva, tamburi e la lira di Chrysanthi Gkika costruiscono un paesaggio che oscilla tra sacro e visione cinematografica.
“Squamish” affronta il tema della disillusione contemporanea, sospesa tra speranza e smarrimento.
“Pangea” immagina un’umanità unita da un’unica appartenenza globale, quasi un manifesto politico-sonoro.
“Democrazy” mette il dito nella piaga: un commento diretto al deteriorarsi della democrazia e alla vulnerabilità dell’informazione.

Il capitolo finale è un colpo di scena umano prima che musicale.
In “08.00 am” suona Horacio “El Negro” Hernandez, leggenda della batteria mondiale e idolo giovanile di Luccioli. Il testo del brano è uno scambio reale di messaggi tra i due, trasformato in musica. È quasi un rito di passaggio: l’allievo che crea qualcosa insieme al proprio maestro.

Un team che rende il disco una mappa sonora viva

Accanto a Luccioli troviamo una formazione di grande sensibilità:
Gianluca Massetti (piano e tastiere), Francesco Fioravanti (chitarre), Andrea Sabatino (basso), Chiara Calderale (cori), Pietro Pellegrini (tromba), Roberto Guadagno (sax), Chrysanthi Gkika (lira) e, appunto, Hernandez alla batteria di 08.00 am.
Il suono, curato dall’ingegnere Gianluca Siscaro, mantiene intatta la dimensione organica del progetto.

Un debutto che apre una strada

Sahā non è un album semplice e non vuole esserlo. È un lavoro che chiede attenzione, immersività, disponibilità al viaggio.
La sua forza non sta nella spettacolarità, ma nella sincerità: ritmi che respirano, voci che evocano, strumenti che raccontano più delle parole.

Con questo debutto, Alessandro Luccioli firma un ingresso sorprendentemente maturo nel mondo della composizione. Un disco che non ha paura di essere personale e che proprio per questo riesce a parlare anche agli altri: a chi viaggia, a chi cerca, a chi resiste, a chi prova ancora a dare un senso alla complessità del nostro tempo.

Sahā è un esordio che lascia il segno. E, soprattutto, lascia aperta una strada che vale la pena seguire.