10 Maggio 2026

Zarabazà

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Giustizia preventiva – ovvero l’arte di condannare prima di giudicare

(riflessione civile di Giuseppe Cannavò)

C’è un modo curioso e pericoloso in cui, in questo Paese, la giustizia ha imparato a guardare il mondo: non più per capire i fatti, ma per prevenirli, come se i cittadini fossero tutti potenziali colpevoli in attesa di una buona occasione.

Si parte da un sospetto, da una frase captata, da una telefonata tra amici; e da lì si scava, si intercetta, si fruga nelle case, nei computer, perfino nei pensieri.
Non si cercano più prove di un reato: si cercano reati dentro la vita.
È la nuova frontiera dell’indagine: il delitto ancora non c’è, ma il rischio che “potrebbe esserci” basta a violare la libertà di chi lo potrebbe commettere.

E così, in nome della sicurezza pubblica, si finisce per trasformare la vita privata in prova preventiva.

Nei fascicoli giudiziari di oggi, le parole sono più importanti dei fatti.
Le “virgolette” diventano la ghigliottina morale: un verbo frainteso, un aggettivo staccato dal contesto, un sospiro interpretato male — e la reputazione di un uomo è finita.
Si leggono frasi come se fossero coltellate: tolte dal tempo, dal tono, dal contesto.
Ma i pensieri, fuori dal cervello, diventano mostri.
E spesso chi legge non vuole capire: vuole confermare ciò che già sospettava.

Ciò che spaventa davvero non è la condanna giudiziaria, ma la condanna preventiva dell’opinione pubblica.
Quella che arriva prima del processo, prima del contraddittorio, prima della verità.
È la giustizia-spettacolo, quella che corre più veloce dei tribunali e non conosce prescrizione: una notifica su WhatsApp, un titolo sui giornali, un file riservato che diventa virale prima ancora di essere protocollato.
Il tutto in un Paese che dichiara di voler tutelare la privacy, ma che ama le intercettazioni più dei romanzi gialli.

I numeri raccontano qualcosa che pochi vogliono vedere.
Secondo dati elaborati su fonti ministeriali e giornalistiche, oltre la metà dei processi penali in primo grado si chiude con un’assoluzione o un proscioglimento, mentre quasi due su tre dei procedimenti avviati non arrivano neppure a dibattimento perché vengono archiviati.
Eppure la percezione collettiva è che “sono tutti corrotti”.

Ma se davvero la corruzione fosse così onnipresente, come si spiega che solo lo 0,31% dei detenuti italiani sia in carcere per reati di corruzione?
Sono tutti troppo bravi… o forse stiamo solo assistendo a una fabbrica del fango che funziona meglio del sistema giudiziario stesso?

Nel frattempo, anche la politica vive sospesa.
All’inizio della legislatura 2022, circa il 6–7% dei parlamentari risultava avere vicende giudiziarie in corso — ma in larga parte ancora senza condanna definitiva.
Il processo diventa così uno strumento di esclusione politica, non più di accertamento dei fatti.
Un avviso di garanzia basta per rovinare carriere, governi, reputazioni, senza che nessuno si prenda la briga di leggere le carte.

E qui entra il nodo della riforma che oggi divide le opinioni: la separazione delle carriere.
Perché se chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso corpo, con la stessa cultura e spesso con gli stessi automatismi, allora il processo rischia di perdere la distanza necessaria tra giustizia e potere.
Forse, con carriere davvero distinte, molti casi non arriverebbero alla gogna mediatica, e la fiducia dei cittadini non sarebbe costretta ogni volta a rinascere dalle macerie.

Io non temo la giustizia.
Temo la sua lentezza, la sua fuga di notizie, e la sua tendenza a trasformare il sospetto in condanna preventiva.
Perché quando la giustizia smette di cercare la verità e inizia a cercare le persone, la libertà è già compromessa.

Sono giorni che tutti parlano di qualcosa che mi ferisce.
Stamattina, invece, ho scelto di “babbiare”.
Perché a volte, solo con un sorriso amaro, si riesce ancora a dire la verità:
un modo per dire la mia, senza offendere NESSUNO.