11 Febbraio 2026

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Flaminia Colella: “la poesia è il mio respiro, la realtà è magia”

Flaminia Colella nasce a Roma nel 1996. Dopo gli studi classici, consegue nel 2019 la laurea in giurisprudenza, con specializzazione in diritto civile. Pubblica il suo primo libro di poesie nel 2018, dal titolo “Sul Crinale”, e molti dei suoi componimenti vengono tradotti e pubblicati su riviste italiane, inglesi e spagnole. Nel 2020 suoi testi in prosa compaiono su diverse testate giornalistiche, tra cui il settimanale “Panorama”. Nel maggio dello stesso anno vede la luce “La voce del fuoco”. Il libro esce per Cantacanta editore all’interno della collana di poesia “I passatori”, curata e diretta da Davide Rondoni, scrittore al fianco del quale lavora nello stesso anno per il libro d’arte “Io non ho mai scritto e nessuno è innamorato”, a cura di Fabbri Editore, nuova versione di traduzione di sessanta sonetti di William Shakespeare. Sempre per Cartacanta, nel 2022 esce “Guerrafesta”. “Figlie dell’oro”, romanzo edito da La lepre edizioni nel 2024, è il suo ultimo libro.

Chi è Flaminia Colella?

Una persona che cerca e che esplora e che ama la vita. Mi piace guardare gli altri. L’universo intero si disegna dentro lo spirito degli uomini, è custodito dentro di esso: per questo è vertiginoso e feroce guardare le persone, quelle che amiamo, quelle che ci sono a fianco. La nostra ricchezza sono gli altri. È nelle anime degli uomini che si nasconde la miniera d’oro più ricca e splendente, quella che nessun artifizio, nessuna costruzione, nessuna tecnologia potrà mai eguagliare. Quando mi pare che il mio corpo mi costringa dentro una gabbia, guardo gli altri, li osservo, li ascolto, cerco nelle persone indizi di passione e di allegria e di spirito, cerco nelle loro minime o gigantesche euforie, e subito il corpo si libera, e l’anima respira.

Quando è nata la sua passione per la scrittura?

Non ricordo un periodo della mia vita, neppure durante l’infanzia, in cui non abbia vagheggiato di dedicarmi anima e corpo alla scrittura. La scrittura è il mio respiro, la mia forma di vita. Scrivere è un’estasi, ed è un incubo, è quanto di più inebriante, voluttuoso, perturbante, mortale e sconvolgente mi sia dato di sperimentare, perché ogni momento è sacro, anche il più banale istante di un giorno qualsiasi, dentro la vita quotidiana, ma per dirlo con l’onore necessario occorrono parole che si nascondono in regioni dello spirito difficilissime da raggiungere, e volteggiare nel vuoto per tutto il tempo in cui la mente allucinata dalla fatica dura dentro il volo. C’è qualcosa di segreto, di nascosto e prezioso al fondo di ogni istante, ogni istante che trascorre su questa terra contiene infiniti tempi, e mondi, e segreti, lontani, perduti, dimenticati. Quel che è accaduto una volta, è accaduto per sempre. E lì, seguendo una mappa di sangue, di folgorazione, di rapimenti, bisogna penetrare. Mi illudo che la poesia e la prosa possano tradurre quei mondi e farli vivere un poco più vicini a noi, perché dentro il presente c’è molto più del presente, e c’è bisogno di far la conta dei diamanti, grezzi, opachi, splendidi, che si incontrano scavando in quella miniera inebriante che è l’anima degli uomini.

Quale ruolo assume la poesia di Emily Dickinson nel percorso di crescita e guarigione di Serena, e in che modo diventa un ponte tra le generazioni femminili del romanzo “Figlie dell’oro”?

La più mistica e segreta delle voci americane di poesia (che non a caso affascinò Margherita Guidacci a Silvio Raffo a Giovanna Sica a Silvia Bre, Giuseppe Ierolli, per dire alcuni recenti traduttori e estimatori) continua a correre con l’oro tra le dita, enigma nel tempo della perdita di ogni valore e di ogni fulgore che non sia artificioso. “Lo tenevo nella mano /mai lo posavo /non osavo mangiare né dormire /per paura che sparisse /sentivo parole come “ricca” /quando correvo a scuola /da labbra agli angoli della strada /e trattenevo un sorriso.(…) / Ero Io ricca/ a prendere il nome dell’oro /e a possedere l’Oro in solide barre /La differenza mi rendeva forte”. Facendosi strada tra le pagine del libro regalatole dalla nonna, Serena, protagonista e voce narrante di questa storia, rintraccia nello spirito della Dickinson “ironico, tagliente, capace di farsi largo tra la cenere e il vuoto” delle affinità con l’animo di Delia e si allontana lentamente dal nero, avanzando sull’intreccio di segni di cui sono disseminate la sua vita e quella delle tre donne che in una o più dimensioni le camminano accanto con “l’oro negli occhi”, tutte contro il vuoto.

Che significato simbolico riveste “l’oro” evocato nel titolo e nei versi della poetessa, e come si intreccia con i temi della salvezza, della memoria e dell’amore?

L’oro è  la sostanza, il tesoro prezioso al fondo dell’istante, inscalfibile, la pietra nascosta, capace di trasmutare il piombo in nobilissimo metallo. Dentro l’istante, al suo fondo, non può che esserci questo. O così, o tutte le carni distese sui corpi del mondo, questo organo benedetto che ci maschera e nasconde le nostre miserie, crollerebbero, si affloscerebbe in attesa della tomba e dei vermi. E sarebbe dolce, naturale, accogliere il sospiro della morte, in lei si scorgerebbe la terra promessa, e si chiuderebbero tutti gli altri discorsi.

In che modo la scrittura epistolare di Serena alla nonna si configura come un atto terapeutico e una forma di resistenza al dolore e al vuoto dell’esistenza?

Serena accetta di entrare nel labirinto delle poesie della Dickinson e, nel tentativo di dipanare quel labirinto, scova similitudini tra la poetessa e Delia, ma anche con sé stessa. Mettendo a confronto il mondo della Dickinson e quello di Delia con il mondo contemporaneo, passo dopo passo Serena riemerge dall’abisso.

Il testo suggerisce che la letteratura è scambio e incontro tra anime: come viene rappresentata questa idea nel romanzo e quale valore assume nella riflessione di Flaminia Colella?

La letteratura alcune volte, quando si compie al suo massimo grado, assomiglia alla magia, e la magia è di gran lunga più interessante della realtà. Oppure, anche: la realtà è magica, e chi non se ne avvede ha perso i sensi. Chi non sente di essere dentro la magia ha perso i sensi. Li ha persi irreversibilmente, definitivamente. Nessuno potrà ridargli indietro le orecchie o gli occhi se qualche mangiamorte glieli ha portati via. Il sole con la sua magia ci fa la pelle dorata e ci illumina i pensieri, quando la mente è illuminata dal sole, dentro ci nascono molte cose, cose fulgide e splendide, cose molto strane e a volte incomprensibili, cose fantastiche, cose audaci e irriverenti, comunque cose raggianti. 

Progetti futuri?

Scrivo molto, con costanza e abnegazione e delirio – penso ciò si addica a chiunque senta di dover rischiare di apparire ridicolo per riuscire a sfiorare il sublime anche solo per un istante. Le istanze e le ispirazioni sono sempre diverse: un saggio lirico, a metà tra la riflessione filosofica e il racconto favolistico, sul tema della gioia; un libro di poesie che assomiglia forse ad un romanzo in versi con Roma sullo sfondo, dei racconti fantastici.