Apollonia Benassi è un’artista italiana multidisciplinare nata il 1993 nella provincia di Ancona, attiva nei campi della fotografia, del disegno, dell’illustrazione e dell’arte visiva in generale.
Si definisce una “artista non artista”, perché preferisce non identificarsi in una sola forma artistica: alterna analogie come disegno a matita, acquerelli, fotografia di reportage e illustrazione, scegliendo il mezzo più adatto al proprio messaggio emotivo. Ha iniziato giovanissima: con la fotografia per magazine e shooting, per passare poi alla progettazione di ritratti su commissione e design in uno studio di calzature.
Dal 2019 si presenta come “artivista”, con il primo progetto personale intitolato Womenstory | Humanstory, dove la storia delle donne diventa un racconto collettivo universale .
Il suo lavoro più noto è “Yell‑Ow” (da Yell = urlare, Ow = dolore; il giallo come simbolo visivo): un progetto intensamente autobiografico e partecipativo sulla salute mentale, che raccoglie esperienze individuali e testimonianze per dare voce a chi spesso resta inascoltato.
Offre supporto espressivo a artisti emergenti, co-creando progetti di branding visivo, fotografia e grafica su misura per trasmettere unicità e identità duratura.
Il suo sogno è fondare uno spazio espositivo permanente dove esporre le sue creazioni in un ambiente accogliente e sicuro per altri artisti.
Chi è Apollonia Benassi?
Apollonia è un insieme di interessi e passioni, e sfocia i suoi pensieri in qualcosa di concreto come ogni forma d’arte che riesce a creare.
Ti definisci un’“artista non artista”: cosa significa per te questa espressione e come si riflette nel tuo lavoro quotidiano?
Il termine “Artista non Artista” viene alla luce dopo anni e anni di studio e pratica, ma soprattutto di esperienza sul campo. Il mio avvicinamento all’arte è stata una cosa talmente naturale fin da piccola, che non voglio essere definita in nessun modo, anche se la società in cui viviamo ci vuole etichettati.

Hai iniziato giovanissima con la fotografia e poi hai esplorato vari linguaggi visivi: cosa ti spinge a scegliere uno strumento creativo piuttosto che un altro?
Ciò che mi spinge a scegliere gli strumenti adatti per raccontare è l’esigenza di espressione. Ho scoperto, dopo la fotografia, di avere buona manualità nel disegno per caso grazie alla professoressa Irene Dipré che mi ha stimolato e che fu la prima a credere nelle mie capacità. Poi il resto venne da sé.
Il progetto Womenstory | Humanstory racconta storie di donne in chiave collettiva: da dove nasce questa esigenza narrativa?
WS|HS è iniziata come una sfida personale: portare alla luce storie di donne di tutto il mondo, anche dimenticate, che sono state pioniere in ogni campo, scientifico, culturale, artistico ecc. attraverso 304 ritratti… è stato un salto nel vuoto. L’esigenza narrativa nasce da uno studio e una riflessione con me stessa: io donna se riesco ad avere i miei diritti è anche grazie alle donne che hanno combattuto per questo.

In Yell‑Ow affronti un tema delicato come la salute mentale in chiave autobiografica: come hai vissuto la condivisione pubblica di un’esperienza così intima?
Yell-Ow è il progetto che più mi appartiene in assoluto. Il colore giallo (per l’appunto Yell-Ow) è il colore (anche) della luce: parlare di certe tematiche è portare a galla cose che non ho mai esposto con nessuno, è stato come dare ossigeno a pensieri e paure in chiave artistica.
Quali reazioni hai ricevuto dal pubblico che ha partecipato o si è riconosciuto nel progetto Yell‑Ow?
Ho trovato molta umanità e comprensione, specialmente da chi è stato spettatore. Poi chi ha partecipato direttamente, c’è stata una connessione immensa: prima di ogni scatto, c’è stata una profonda discussione sui temi da trattare.

Oltre alla tua produzione personale, supporti altri artisti emergenti con progetti di branding visivo: cosa cerchi di trasmettere in queste collaborazioni?
“L’arte è cibo per la mente” e i progetti pensati su misura per gli Artisti è un legame che si crea, e l’ispirazione reciproca insieme alla creatività sono elementi fondamentali che fanno da sfondo per dei progetti con un mix di personalità da entrambe le parti.

C’è un filo conduttore che lega le tue opere, nonostante l’uso di tecniche e stili diversi?
Il punto di riferimento del mio lavoro è di non fare cose fine a se stesse. Mi sono sempre definita anche “Artivista” perché il filo conduttore delle mie opere sono per lo più sul piano dell’attivismo, per poi esporre con delle mostre dove i protagonisti principali sono il dialogo e la riflessione.

Hai un sogno nel cassetto: aprire uno spazio espositivo permanente. Come immagini questo luogo e che tipo di arte vorresti accogliere?
Mi piacerebbe accogliere ogni tipo di arte; fare Arte ora, è una delle cose più difficili da fare, spesso fa parte di una, passatemi il termine, élite, dove molti non si sentono all’altezza di lavorare e/o creare insieme ad altri artisti con esperienza. Mi piacerebbe fare qualcosa di inclusivo e aperto a tutti. Amatoriali e non.
Guardando indietro, quale tappa consideri fondamentale per la tua crescita artistica e umana?
Ringrazio la me stessa di qualche anno fa, di aver avuto il coraggio di esporsi e creare la prima mostra con un progetto completo. Ogni tappa della mia vita è stata fondamentale, sia per le persone che ho incontrato nel mio percorso che per le esperienze che ho fatto. Ogni cosa, ogni parola, ogni pensiero, qualunque cosa, mi ha dato un senso al mio percorso artistico e umano che grazie alla troppa sensibilità, che spesso mi ha ostacolato, sono riuscita a fondere in una cosa unica.


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