12 Giugno 2026

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“Controluce” e “Cogito”: i progetti con cui Alessandra Pandolfini indaga la realtà

 Chi è Alessandra Pandolfini?

Alessandra Pandolfini è prima di tutto una sognatrice, ma i sogni sono fatti per concretizzarsi, nonostante le porte sbattute in faccia, per me questo è un caposaldo. Dico sempre che mi basta una penna, un palco o un microfono per esprimermi. L’arte è stato ed è il mio modo per connettermi col mondo, con gli altri, studiare l’umano, dare un senso al dolore, accedere alla meravigliosa complessità umana.

 Il tuo percorso artistico ha preso forma tra le realtà più attive della scena siciliana. Cosa ti ha lasciato, in termini umani e professionali, questa esperienza territoriale così ricca?

Ho lavorato e incontrato persone di diverso tipo, con visioni e scuole di pensiero molto diverse. Sicuramente molto materiale umano per scrivere. Penso che spesso crediamo opposti concetti che in realtà possono coesistere insieme, formando delle visioni più complete. Cerco sempre di prendere da ognuno, ogni insegnante, regista, collega, ciò che risuona in me e lasciare da parte quello che non mi appartiene, in modo da creare un pensiero mio, nuovo e sfaccettato.

Hai avuto una formazione molto articolata, dal teatro al doppiaggio, fino alla scrittura. C’è un ambito in cui ti senti più “a casa”?

È difficile, forse il doppiaggio, seppur lo amo, lo metto all’ultimo posto. Tra la scrittura e la recitazione in scena è davvero dura scegliere: la recitazione per me parte dalla pancia e va verso l’alto, rende sublime ciò che è carnale; la scrittura invece rende concrete le idee. Per me sono due cose che si completano.

Nel tuo curriculum compaiono nomi di registi importanti e spettacoli significativi. C’è un incontro o un ruolo che consideri davvero determinante per la tua crescita?

Difficile nominarne solo uno. Riccardo III fu il mio primo vero spettacolo professionale, avevo 15 anni ed è stato un lavoro di grande osservazione dei colleghi più grandi. Peppa La Cannoniera mi ha fatto riscoprire la bellezza del siciliano, La Mite è stato un grande banco di prova, recitare dicendo tutto solo col volto e il corpo. Ne La zia di Carlo ho lavorato molto sulla performance musicale e la brillantezza della commedia degli equivoci, tempi serratissimi.

Come vivi il passaggio tra il palcoscenico e il microfono? Che cosa cambia per te, a livello espressivo, tra recitare davanti a un pubblico e dare voce a un podcast o a un progetto di doppiaggio?

Istintivamente ti direi nulla, un attore è sempre tale, in qualunque contesto. È anche vero che nella concretezza qualcosa cambia: in scena lavoro molto più sulla presenza scenica, sul far vibrare il corpo, e la reazione del pubblico contribuisce allo spettacolo. Al microfono sento tutto più intimo e privato: quando si tratta di un contenuto di solo audio, faccio in modo che le parole siano così di impatto da essere corpi stessi, immagini, e non serve nient’altro.

Cogito la serie sulla natura della realtà è un progetto che unisce scrittura e divulgazione. Da dove nasce questa esigenza e come hai scelto di raccontarla attraverso un podcast visivo?

Cogito nasce dal mio modo di percepire il mondo e la realtà attorno a me. Racconta il viaggio di Laura tra il mondo visibile e quello invisibile, con la domanda: è possibile vivere in questa società in maniera autentica? È un viaggio simbolico, è stato il mio modo di elaborare certe cose e di rendere avventurose anche esperienze di dolore. L’alternanza tra podcast e cinema si sposa bene con la dimensione onirica, a volte immaginata, a volte necessariamente da guardare.

Nel tuo spettacolo Controluce, firmi sia la regia che la drammaturgia. Come gestisci il doppio ruolo e cosa ti guida nella costruzione di un’opera personale?

Quando scrivo automaticamente penso alla regia, a come si manifesterà la scena. Come ho detto, la costruzione di un’opera nasce, come penso per qualunque autore, dal voler dare un senso più grande a certe esperienze, rendere il proprio dolore non solo bello, ma anche accessibile e universale, in cui il pubblico possa riconoscersi. Si parte dalla propria storia per distaccarsene e affidarsi alla storia di tutti.

Sei molto attenta all’uso della voce in ogni sua declinazione. In che modo trasmetti questa sensibilità e competenza a chi ti ascolta o segue i tuoi laboratori?

Da settembre inizierò a insegnare dizione alla The Spot Musical Academy, un’accademia di musical a Catania. È per me la prima esperienza di insegnamento, e sono molto emozionata. La dizione è una delle materie più ostiche, spesso si pensa che sia difficile poi pensare anche all’interpretazione e all’emozione. Penso invece che la dizione sia la chiave di accesso a tutti i personaggi, sei credibile in qualunque veste, e vorrei far passare questo ai miei studenti. Giocare con le canzoni, col ritmo, rendere la dizione musicale e carnale.

Guardando al futuro, quale direzione ti piacerebbe esplorare di più: il teatro, la voce, la scrittura o qualcosa che ancora non hai sperimentato?Andando avanti con gli anni penso mi concentrerò di più sulla strada autoriale, ma non vorrei abbandonare le altre. Vorrei diventare un’autrice che rende concreta la metafisica, con un’estetica e poetica chiare. I miei primi lavori ed esperimenti vanno già in questa direzione, ma sono curiosa di vedere con la maturità e l’esperienza cosa succederà. Sono curiosa di quello che mi riserverà la vita.