17 Agosto 2026

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Valeria La Bua: “Il teatro è il luogo dove il tempo si rompe”

Valeria La Bua è attrice, regista e drammaturga palermitana classe 1990. Si diploma come attrice presso il Teatro Stabile di Catania, per il quale lavorerà con frequenza. Dopo il debutto con la Lisistrata diretta da Emiliano Bronzino al Teatro Greco di Siracusa, partecipa a numerose produzioni teatrali sia in Italia che all’estero. Tra le tappe da lei toccate: Atene (con la stessa “Lisistrata”), Mosca (“Il giardino dei ciliegi” diretto da Giuseppe Dipasquale), Orano (“Il berretto a sonagli” regia di Simone Luglio), Tunisi (“Albatros”, Cinzia Maccagnano). È nel cast del “Troppu trafficu ppi nenti” rappresentato al Globe Theatre di Roma. È, inoltre, attiva in produzioni cinematrografiche e televisive quali “Indictus”, prodotta dalla Sicilia Film Commission, regia di Francesco Dinolfo, “Assenza”, mediometraggio d’autore firmato da Fabrizio Saccaro, “Vanina 2” (Davide Marengo e Riccardo Mosca).

Co-fondatrice della compagnia Teras Teatro, scrive e dirige numerosi spettacoli, tra cui Amabili Mostri (finalista al premio “Città di Leonforte”), La Mite, Radio Killers (vincitore del bando “Sicilia di scena 2022” del Teatro Biondo di Palermo), Teras, Tiresia (finalista al “Catania Fringe OFF”), e Laus!Kabarett in onore di Elfriede Lohse-Wächtler (semifinalista “Premio Scenario” 2023 e finalista “Gibellina Città Laboratorio” 2024).

Nel 2023 vince il Premio Drammaturgia under 35 del Teatro Stabile di Catania con Clinica, ovvero i primi nove venerdì del mese, rappresentato nel 2024. L’anno successivo, il suo testo 9525 è finalista al concorso nazionale di drammaturgia under 40 del Teatro Biondo di Palermo.

Si perfeziona all’ERT – Emilia-Romagna Teatro Fondazione – con docenti come Chiara Lagani, Angela Demattè e Rodolfo Sacchettini. Nel 2024 partecipa al progetto internazionale Interactiones, con residenze artistiche in Argentina e Cile. Cura inoltre la regia dei caffè letterari “L’anima e la cura” del Teatro Stabile di Catania. Nel 2025, la sua nuova opera teatrale Ippolito/Fedra, con la sua stessa regia, è stata prodotta dal Teatro Libero di Palermo. 

Chi è Valeria La Bua?

Un’artigiana del teatro. O, forse, ancora meglio, un’alchimista. Sono attrice, regista, drammaturga, tutte facce diverse di una stessa esigenza: creare e trasformare. Mi sembra che ci sia una voce che di volta in volta vada incarnata, scritta o diretta. Sento queste tre componenti del lavoro teatrale come profonde componenti della mia identità, ugualmente necessarie. Sono parti dialoganti di me.  

Qual è lo stato dell’arte della nuova drammaturgia oggi?

Mi sembra di vedere una nuova generazione forte, che ha voglia di mettersi in gioco. È un momento fertile dal punto di vista creativo. C’è una grande voglia di scrivere, di dire, di reinventare le forme. Ma c’è anche una certa frenesia produttiva, data anche dalle richieste ministeriali, e troppi spettacoli di nuova drammaturgia nascono per poi morire rapidamente. Il pubblico spesso non ha nemmeno il tempo di sapere che esiste un nuovo testo, perché è in scena per tre o quattro repliche. Troppo poco. Questo genera nei giovani autori una corsa al riconoscimento. Il rischio è quello di non scavare in profondità e di trasformarsi in macchine da produzione — con conseguente impoverimento della qualità in favore della quantità. Una forma di capitalismo applicata al teatro.

Quali sono i registi italiani o esteri che ammiri maggiormente?

Valerio Binasco, Antonio Latella, Emma Dante, Alessandro Serra. Per quanto riguarda quelli esteri, trovo che sia difficile attualmente non passare dai lavori di Milo Rau e Sergio Blanco. Devo dire però che per me i punti di riferimento principali sono stati Peter Brook e Eimuntas Nekrošius.

Che cos’è il teatro?

La camera oscura della riflessione, della trasformazione e della creazione. Ultimamente mi sono resa conto come sia uno dei pochi luoghi dove, guardando con attenzione, puoi vedere in atto, a occhio nudo, i principi termodinamici e quantistici applicati all’umano. 

Come costruisci i tuoi testi teatrali? 

I miei testi hanno collegamenti profondi con il concetto di “rottura”. Parto da eventi della mia vita privata o da notizie di cronaca che hanno generato in me una crepa. Quasi sempre ci metto dentro qualcosa di non risolto, qualcosa che non ho capito fino in fondo. Metto in scena per guardare e comprendere. Il lavoro di scrittura, inoltre, è per me molto legato alla musicalità. Mi interessa come le parole suonano; sono parole già pensate per essere dette. Scrivo pensando allo spazio scenico, al ritmo, ai corpi. Elaboro per questo, di volta in volta, strutture sempre diverse.  E poi riscrivo. Tantissimo. Quando il testo arriva in sala prove, infine, si contamina con chi è chiamato a dargli corpo. 

La  tua nuova opera  ”Ippolito/Fedra”, di cosa si tratta?

È un testo che parla della ferita d’amore. E dell’effetto distruttivo che ha l’amore, una volta finito, nelle nostre vite. Non è una riscrittura fedele delle opere antiche. Ma è una sorta di dialogo interrotto: due voci che si cercano e che si accusano. Ho voluto che entrambi fossero prigionieri di un tempo senza via d’uscita, come in una camera delle torture mitologica. 

È un lavoro scarno, a tratti brutale, ma attraversato da una tensione poetica forte. Il linguaggio è essenziale, pieno di ripetizioni. In scena ci sono due corpi, due solitudini che si rispecchiano. E la domanda che aleggia è: si può sopravvivere all’amore? Si può rifiutare la tragedia?

A proposito di teatro c’è un regista teatrale con il quale ti piacerebbe lavorare?

Certamente: con tutti quelli che ho citato prima. Innanzitutto per apprendere. Sono tutti registi dalla poetica forte.

Quando compone un testo, predilige ritagliarlo su uno o più interpreti specifici oppure crea i personaggi al di là degli attori che li interpreteranno?

In genere scrivo avendo già in mente chi interpreterà quel ruolo, essendo anche regista. È una grande fortuna.
La cosa che mi diverte di più, in questo, è il lavoro di osservazione: tentare di far emergere da quell’attore o da quell’attrice qualcosa che loro stessi non erano riusciti a esplorare fino a quel momento.
Devo ammettere che è molto bello vedere gli attori fiorire. Lavoro con loro da attrice, e questo si percepisce chiaramente in sala prove.

Progetti futuri?

Riprenderò diversi lavori della mia compagnia, tra cui Teras, Tiresia. In autunno Ippolito/Fedra sarà in scena a Catania.
Sul resto… per ora devo mantenere ancora un po’ di mistero.