20 Gennaio 2022

Zarabazà

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“Girotondo di Anime”, di Tiziana Sparacino

Il 5 dicembre, presso l’Hotel Nettuno, a Catania, Tiziana Sparacino ha presentato la sua prima raccolta fotografica a cui ha voluto dare il titolo di “Girotondo di Anime“, una sequenza di emozioni, una scelta da scatti di viaggio dell’autrice che diventa a sua volta seducente viaggio per il fruitore.

Lei di mestiere è dottore, nel senso “più medico” del termine: esattamente un chirurgo. A dodici anni, in occasione della Cresima, la sua madrina le chiede cosa volesse in regalo e lei risponde: “una macchina fotografica!”… e non se ne separa più. La curiosità, l’amore per i viaggi, forse anche il bisogno di allontanarsi dal dolore e cercare respiri di bellezza, da trentacinque anni la portano a scattare foto, dapprima solo per avere i suoi ricordi unitamente a quelli della sua famiglia (è sposata con un medico e mamma di un maschio ed una femmina, due brillanti giovani) e poi, avvicinatasi all’ACAF (Associazione Amatori Catanesi della Fotografia), per provare la gioia ancora poco nota di esporre, partecipare a mostre collettive. In realtà, non sono le prime foto che Tiziana Sparacino pubblica: ha partecipato a qualche concorso con pubblicazione, già prima di adesso. Ma era giunto il momento fare quel salto, di fare da sola. L’abbiamo incontrata ed intervistata e goduto dell’incanto degli istanti che è riuscita a rendere “per sempre”.

<<“Giro..  giro tondo , quanto è bello il mondo, gira la terra e tutti giù per terra!”

Quante volte abbiamo cantato da piccoli questo ritornello, quante volte abbiamo dato la mano a inconsapevoli amici che ci reggevano nel cadere.

Infanzia… che bel periodo spensierato!!!! Ho scelto questo titolo perché volevo accostare l’altro all’altrove, ovunque l’avessi incontrato, nel mondo.

Come commenta il grande Pippo Pappalardo (avvocato e stimatissimo critico fotografico, noto in tutta Italia n.d.r.): “tutto il tempo speso a camminare ,è diventato una sequenza di immagini concentrata in pochi secondi di eternità”, attimi di condivisione, in cui le distanze razziali, spaziali e temporali, religiose, storico-ambientali si traducono in emozionante empatia”.

Ma perché di anime? Perfetti sconosciuti che al mio impercettibile, invisibile e spero discreto scatto, si ritrovano qui immortalate. Aria, fumo, materia? Scriveva Henri Cartier Bresson: “passi smorzati, occhio aguzzo, in un palpabile silenzio, senza baccano! Non agitare le acque prima di pescare!”

Aria…., fumo…, materia…,  rumore , silenzio?

Chissà quale strano segno del destino ci ha fatto incontrare! Perché quel luogo, quell’istante, quel gesto mi hanno rapita?

Bambini… in loro rivedo il mio girotondo… gioco, incrocio di sguardi, azioni improvvise, tutto sembra scorrere ed accavallarsi nella mia mente. Poi scompare e ricompare in quel fantastico girotondo. Tutto assume un ritmo musicale. Millesimi di secondi riuniti in un unico fotogramma che dura tutta la vita! Fruscii, grida, risate, sirene di un caos , non solo metropolitano, silenzio.

Un suono di poetiche note musicali.>>

Da dove nasce l’idea di un libro fotografico?

<<L’idea di realizzare un libro fotografico era un sogno nel cassetto da tanti anni: mi affascinava creare un percorso per lo più interiore che legato alla mera estetica. Come ho già detto, i temi erano tre: l’altro, l’altrove e il tempo, quest’ultimo inteso come Panta Rei, un percorso in grado di collegare come in un girotondo i continenti tra loro, attraverso la figura umana, diversa per etnia, cultura, ideologia politica, ma “SOLIDA” come essere vivente. Non importava documentare i diversi meridiani della terra, le diversità ambientali, geopolitiche; per me era prioritario il rapporto con” l’altro”, sia esso un anziano, un bambino, una madre che allatta, una ragazza spudorata, un passante, un selfie….>>

<<Parlare di street, per noi appassionati di fotografia è un compito assai arduo. Racchiudere in un fotogramma una storia è difficilissimo; ma ancor più difficile è il compito di lasciare alla storia un’emozione, o ancor di più creare CURIOSITA’. Dove va quella persona? Cosa sta pensando? Perché sta facendo quel gesto?….>>

<<Gli scatti selezionati tra migliaia racchiudono la mia storia, iniziata trentacinque anni fa, quando ancora giovane andai nel Sahara occidentale, territorio al confine tra Mali, Marocco e Mauritania. Li incontrai il “SILENZIO”. Ma come fa a materializzarsi il silenzio in fotografia? Come rappresentarlo? Scelgo la prima immagine del libro con un’ombra. Ma è veramente un’ombra? No, si scorge un piede, quindi è reale? Metafora del silenzio interiore. Quindi il mio percorso iniziò con il Silenzio.” >>

<<Da lì, percorrendo il continente africano, il suo deserto metafora del silenzio interiore, attraverso pindaricamente altre realta’ rappresentate dal “RUMORE”. Ecco poi spostarsi da città caotiche come Shangai, Tokyo, Hong Kong, Londra, New York, verso il caos, la trasgressione, tradizione, ribellione. Passaggio da bambina ad adolescente? Sfogliando ancora, come una passeggiata nel meraviglioso mondo dantesco, incontro la mia terra, la Sicilia e quasi non la riconosco tra le kasbah marocchine, intravedo il Palazzo della Zisa a Palermo, con gioiosi bambini di colore nati lì, siciliani come me. Sfogliando ancora, incontro il mare e mi accorgo che faccio mia la frase: “Desidera?” – “Un altrove, tiepido, ventoso, con una spruzzata di oceano. Grazie”. Improvvisamente in questo girotondo giunge Roma, “Caput Mundi”, con Castel Sant’ Angelo, Via del Corso, le sue eroine, anche quelle di questo tempo flagellato dalla pandemia. Sono diventata adulta!>>

Perché la scelta del BW?

<<La scelta meditata a lungo mi richiamava due affermazioni di autori che mi hanno preceduto. La prima di Poine Outerbridge:” Una differenza importante tra il colore e la fotografia monocromatica è questa: in bianco nero suggerisci, a colori affermi ”. E ancora Ted Grant: ”Quando si fotografano le persone a colori, si fotografano i loro vestiti. Ma quando si fotografano le persone in BW, si fotografano le loro anime”. Non tutti condivideranno questa affermazione: il colore è piu’ innovativo, incisivo. La scelta per me ha rappresentato il tempo che scorre, quasi come quando sfogli un quotidiano, perciò mi ricollego al “tempo”. Il primo inconsapevole fotografo che immortalò il tempo fu Nicephore Niepce che nel 1826 lasciò una lastra di peltro ad annerire con il bitume di Giudea, per otto ore affinché imprimesse l’immagine del paesaggio che lui vedeva attraverso una finestra. La foto, conosciuta come “ Le cous du dalmaine du Gras”, è rimasta oggi la prima testimonianza del tempo in fotografia.>>

Quali caratteristiche deve possedere una fotografia per essere perfetta?

<<Non esiste una foto perfetta. Esiste una foto tecnicamente ineccepibile, e anche se non tecnicamente perfetta, in grado di suscitare “Emozione”: questo è ciò che conta. Diceva David Alan Harvey:” Non fotografare le cose come appaiono, fotografale come le senti”. E ancora Henri Cartier Bresson:” Una fotografia non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. E’ la foto che ti cattura!”>>

Nell’era digitale, la foto continua a comunicare significati nascosti come un quadro; malgrado l’inflazione di scatti, lei sa spiegare perché il fascino rimane intramontabile?

<<Dipende dalla sensibilità che ognuno ha. Tutte le forme d’arte, dalla pittura alla scultura, all’architettura, alla fotografia sono in grado di scatenare emozione. Solo le persone sensibili sono in grado di carpirne il senso profondo; itengo però che la fotografia sia la forma più difficile di arte perché in un certo senso raccoglie tutte le altre forme d’arte, devi mettere composizione, paesaggio, struttura, azione, plasticità, sensazione. Diceva Ansel Adams: ”Quando le parole diventano poco chiare, mi concentro sulle fotografie; quando le immagini diventano inadeguate, mi accontento del Silenzio”.>>

Durante la presentazione del libro, lei ha raccontato di fotografare da molti anni: cosa è cambiato nel suo sguardo?

<<E’ cambiato tutto. E’ cambiato il modo di vedere, di scattare, di incontrare l’altro. Trentacinque anni fa scattavo, scattavo solo per fare un bello scatto, magari tecnicamente perfetto. Oggi cerco movimento, anima, emozione. Oggi ho macchinari più sofisticati, ma rivedendo vecchi scatti in analogico, riesco ancora ad emozionarmi. Oggi scatto pensando cosa voglio scattare. Aspetto la scena che dovra’ svolgersi, mi piazzo come un cane cirneco in attesa della mia inconsapevole vittima. Se lo scatto non viene bene, mi faccio sfacciata e chiedo alla “vittima” di ripetere la scena. A volte ci riesco e a volte no. Con l’età ho acquisito sfrontatezza, ma cerco sempre di non essere invadente.>>

Cosa mette lei in uno scatto e quando valuta il risultato del suo lavoro, cosa prova guardando le foto una per volta?Coglie significati ed emozioni magari ancora non rivelati?

<<Sono molto critica con il mio lavoro, cerco di associare sensazioni personali e le adatto alla foto selezionata: odori, rumori, profumi, risate. Ma queste emozioni sono sempre raffigurabili? No di certo! Di certo c’ è solo che ogni foto è lo specchio di chi l’ha scattata!>>

<<Ringrazio l’Acaf e il suo Presidente Pippo Sergi, ringrazio Salvo Canuti. Ringrazio infinitamente per i generosi commenti Pippo Pappalardo. Ringrazio tutti i Direttori dei Musei (Biblioteca Recupero-Ursino di Catania, Museo Alinari di Firenze, Museo del cinema di Torino, Museo del Cinema Gromo di Milano, Biblioteca Nazionale di Roma, Guggenheim di New York, Tate Gallery di Londra, Museo Quasimodo di Modica), che hanno accolto il mio libro in archivio.>>