18 Settembre 2021

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Sustainability at Pitti: Monad London

Monad è più di un marchio, è una comunità

Sustainability at Pitti è una serie di interviste per celebrare chi sta rinnovando il mondo della moda con un’attenzione speciale verso l’ambiente. Dando voce ai designer che mettono la sostenibilità al centro del loro lavoro, speriamo di ispirare e guidare un’ondata di cambiamento nel nostro settore, aiutando tutti a impegnarsi insieme per un futuro migliore.

Le collezioni di Daniel Olatunji non sono perfette, ma è proprio questo il punto. Ha lanciato il suo brand Monad nel 2016 in risposta a quella che vedeva come una spinta vuota della moda commerciale verso la “perfezione” e ai danni che ne conseguono.“Ho visto quanti rifiuti si creavano”, ci racconta, “e che c’erano aspettative irrealistiche di coerenza e uniformità. Il profitto aveva priorità sul prodotto e sulle persone che lo producono e lo acquistano”. Eppure, invece di lasciarsi travolgere dalla sensazione di un destino ineluttabile, Olatunji ha avuto un’illuminazione. “Non erano cose che volevo rappresentare e non vedevo alcun miglioramento all’orizzonte. Ho capito che volevo realizzare capi in modo più responsabile, spinto dal mio amore per l’artigianato”.

L’apprezzamento di Olatunji per l’artigianato si vede bene nel suo lavoro. Ma ci sono anche una tante storie nascoste nelle sue creazioni. Nato in Nigeria e cresciuto in Inghilterra, il lavoro del designer è influenzato direttamente dalla sua eredità e dalle sue esperienze, ma non attinge solo alle sue esperienze, perché la comunità è al centro del suo marchio. Ogni singolo capo che Monad produce è creato in collaborazione con artigiani e realizzato lentamente, con rispetto e attenzione per le persone con cui lavora e per il pianeta.

In vista della presentazione della sua collezione SS22 a Pitti Uomo, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Olatunji per scoprire di più della sua pratica creativa e di ciò che lo rende felice. Ecco di seguito la nostra intervista.

Parlaci della tua ultima collezione, “Orowa”. Qual è la storia che ci sta dietro?

Inizialmente ero incuriosito dagli ecosistemi e da come funzionano e stavo pensando a un modo per inserirli nella mia pratica quando mi sono imbattuto in “The Orowa House”, un documento di ricerca di Cynthia Adeokun. È un design architettonico tradizionale e precoloniale Yoruba.

La caratteristica distintiva chiave della casa Orowa è che gli spazi sono collegati tra loro attraverso l’Orowa, una grande sala centrale che funge da principale spazio di attività comune per ogni abitazione. L’ingresso principale nell’edificio è di solito direttamente nell’Orowa o in un piccolo atrio collegato all’Orowa. L’Orowa collega tutte le strutture che lo circondano e le persone che le abitano. È così che vedo Monad, come l’Orowa che collega tutti questi straordinari artigiani e tessitori al presente attraverso il mio lavoro.

Sono di etnia Yoruba e crescendo in Inghilterra impari a pensare questo mito sulla tecnologia africana, che non esistesse prima della colonizzazione. Ma qui c’è l’architettura premoderna della mia gente, qualcosa che ho sentito a livello profondo e che reputo importante. Oggi c’è molta divisione tra le persone, ma l’Orowa pone l’accento sulla comunità.

Parli dell’abbigliamento come forma di resistenza. Cosa significa questo per te?

Significa resistenza al conformismo e alle nozioni preconcette su come le persone dovrebbero vestirsi. Quando ero giovane, la gente si aspettava sempre che mi vestissi in un certo modo o che mi tagliassi i capelli per sembrare “ordinato e adeguato”. Ho sempre resistito a questa visione di come sia accettabile presentarmi. Questa è uno dei motori di Monad e il modo in cui mi approccio ai capi che realizzo, sovvertendo l’idea di ordinato e adeguato.

Ho un profondo amore per la sartoria ma non mi piace la rigidità degli abiti formali, quindi uso tecniche sartoriali ma rompo alcune regole qua e là per creare qualcosa che abbia gli elementi di un capo sartoriale ma si trasformi in qualcosa di rilassato e “accessibile.” Una caratteristica che riappare spesso nel mio lavoro sono gli orli grezzi, apparentemente non finiti, su pezzi fatti a mano creati con un alto livello di artigianalità. Mi piace questo accostamento. Perché scegli di decostruire silhouette tradizionali?

Immagino che questo si ricolleghi all’idea dell’abbigliamento come forma di resistenza, creo capi senza tempo e non guidati dalle tendenze ma piuttosto da un senso di individualità. Potrei prendere una giacca sartoriale in stile edoardiano come punto di partenza, ma poi mescolarla con dettagli dell’abbigliamento militare moderno. Mi piace creare qualcosa che puoi riconoscere ma allo stesso tempo ha questa non familiarità perché i dettagli sono fuori posto. Mi piace molto quella tensione tra l’atteso e l’imprevisto.

Puoi spiegarci il concetto di Wabi-Sabi e come si collega al tuo lavoro?

Wabi-Sabi è una filosofia giapponese e si concentra sull’apprezzare la bellezza della natura che è “imperfetta, impermanente e incompleta”. È un principio guida di come mi avvicino al mio lavoro e si fonde naturalmente con il mio amore per l’artigianato. Mi piace l’idea che, quando fai le cose a mano, non importa quante volte hai fatto qualcosa, c’è sempre una piccola differenza in ogni pezzo. Dà a ciascuno una certa individualità. Questa è una caratteristica di ogni capo Monad. Anche per questo mi piace lavorare con fibre naturali e tessuti tinti a mano. Questi pezzi cambieranno nel tempo in base a come li indossi e ti ritroverai con qualcosa che è totalmente unico per te. I miei capi più preziosi sono quelli che possiedo da molto tempo e che ho dovuto riparare per l’usura. Alcuni di questi capi potrebbero essere stati prodotti in serie in origine, ma ora sono unici per me grazie a queste riparazioni. Spero di lanciare un servizio di riparazione per i capi Monad nel corso dell’anno.

Puoi parlarci degli artigiani, dei

tessitori e dei tintori con cui collabori?

I tintori delle fosse di Kofar Mata a Kano, nel nord della Nigeria, tingono l’indaco allo stesso modo da oltre 600 anni; il loro metodo è stato tramandato di generazione in generazione. L’intero processo è naturale poiché esisteva molto prima che la maggior parte delle sostanze chimiche venisse introdotta nella produzione di tessuti. La soluzione in ogni fossa dura circa un anno. Allo stesso modo, i membri della tribù Fulani di Kano, nel nord della Nigeria, filano e tessono il cotone a mano con lo stesso metodo da oltre 600 anni. Lo coltivano anche, il cotone che tessono, il che penso sia davvero sorprendente.

Hollie Ward, a Londra, è tessitrice, filatrice e magliaia. Opera nel modo più etico possibile lavorando con filati per lo più in eccedenza e lane britanniche e islandesi di piccola produzione. Ha realizzato a mano un gilet e un cardigan per la collezione SS22 utilizzando filati di lino deadstock, che ha filato a mano.

Catarina Riccabona realizza pezzi unici per interni, principalmente plaid e coperte, utilizzando filati naturali selezionati. Ogni pezzo è unico. Ha un modo di lavorare molto intuitivo e attento, permettendo al disegno di formarsi spontaneamente mentre tesse al telaio. Ogni pezzo presenta inoltre lievi irregolarità tipiche della lavorazione a mano. Ha tessuto un ordito di lino naturale non tinto usando filati di “scarto” o rimanenze, gli scarti che rimangono alla fine di ogni progetto di tessitura quando il lavoro finito viene tagliato via dal telaio – il pezzo finale dell’ordito non può essere tessuto ed è generalmente considerato inutile perché composto da centinaia di fili corti. Piuttosto che buttarli via, conserva i resti di molti progetti passati e anche quelli dei suoi colleghi e li annoda insieme a mano. Mentre tesse il filo, i piccoli nodi appaiono casualmente sul tessuto e le piccole estremità del filo sporgono. Questi piccoli ciuffi creano una trama visiva e fisica e poiché il processo è fatto a mano dall’inizio alla fine, il tessuto è pieno di queste irregolarità, e sono così belle.

Dove ti rifornisci per i tessuti? Cosa è importante per te quando scegli di lavorare con un particolare fornitore?

Ovunque li trovo! L’approvvigionamento è una parte importante del mio lavoro e ogni tessuto proviene da grossisti che vendono tessuti deadstock o in eccedenza, antiquari o tessitori che li fanno a mano. Raramente prendo tessuti nuovi, a meno che non siano tessuti a mano. Quando scelgo un tessitore o un artigiano con cui lavorare di solito guardo come lavora e penso se sia responsabile rispetto alla sua impronta ambientale ecc. Cerco anche di lavorare principalmente con fibre naturali.

Come concili una consapevolezza dell’impatto climatico dell’industria della moda con la progettazione e la creazione di nuovi prodotti?

È piuttosto semplice e uno dei motivi per cui Monad è nata. C’è un elemento di lavorazione manuale che va in ogni pezzo che realizziamo, che pone un limite al numero di pezzi che possiamo produrre. Lavorare con i tessitori a mano significa anche che hanno un’emissione di carbonio inferiore rispetto a uno stabilimento tessile industriale e questo riduce anche la sovrapproduzione. Lavorare con tessuti deadstock, in eccedenza e antichi pone anche una limitazione al numero di capi che possiamo produrre in una collezione.

Quali sono gli ostacoli più grandi che incontri come designer di collezioni responsabili?

Guadagnare abbastanza da rendere l’intero progetto sostenibile, ma posso ancora insistere sui valori di integrità e artigianalità che sono vitali per il marchio.

Cosa ne pensi degli attuali sforzi verso la sostenibilità del settore? Quale cambiamento speri di vedere?

Sono molto scettico, non mi sembra che siano stati fatti cambiamenti di vero impatto. Sembra che i marchi stiano rilasciando linee di diffusione “sostenibili” per soddisfare una sorta di domanda del mercato, ma non stanno realmente affrontando i problemi della sovrapproduzione perché alla fine sono alla ricerca di guadagni migliori.

Mi piacerebbe vedere l’industria chiedere alle proprie aziende di produzione di lavorare con più rispetto per l’ambiente con minori emissioni di carbonio e con una retribuzione e standard migliori per i lavoratori dell’abbigliamento. Vorrei anche che i produttori avessero il potere di chiedere ai marchi ricavi più alti per potersi adattare in questo modo. E i marchi devono produrre meno in generale. Alla fine anche il consumatore dovrà cambiare, acquistando meno prodotti ma di migliore qualità.
Hai qualche consiglio per marchi e designer che vogliono essere più responsabili nel loro lavoro?

Fate ricerca! E siate chiari su come volete lavorare in modo più responsabile. Una cosa è voler lavorare in modo responsabile, ma poi dire che lavori solo con cotone biologico non è abbastanza perché descrive solo il seme da cui viene coltivato il cotone. Non affronta le pratiche di lavoro dei coltivatori di cotone o l’impronta di carbonio del mulino che trasforma quel cotone in tessuto. Lavorare in modo sostenibile è incredibilmente complesso e richiede impegno.