Agosto 2, 2021

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Special gallery: le donne della moda

Pitti Uomo presenta una serie speciale di interviste alle figure femminili più rappresentative del sistema moda contemporaneo. Dalla buyer milanese Rosy Biffi alla head of fashion di Rinascente Federica Montelli, passando per Yoon Ambush (jewelry designer per l’uomo Dior), Sabina Zabberoni (owner & ceo dei negozi Julian Fashion), le buyer Matilde d’Ovidio Ratti Silvia Bini, e la stilista italo-haitiana Stella Jean. Leggi le prime protagoniste:MFF: Intervista a
Rosy Biffi

«La moda uomo è precursore dei tempi»La buyer milanese ha sempre amato scoprire designer italiani e stranieri emergenti. Secondo lei, la moda maschile si è evoluta precorrendo i tempi e le svolte storiche e sociali.

Punto di riferimento della moda in Italia e nel mondo, Rosy Biffi è a capo del Gruppo Biffi Boutiques, che oggi conta 5 luxury multibrand store: tre a Milano, di cui due in corso Genova, Biffi Boutiques e B-Contemporary, e uno, Banner, in via Sant’Andrea, e due a Bergamo in via Tiraboschi. Un’avventura iniziata negli anni Sessanta, insieme a sua sorella Adele, con cui apre le prime due boutique a Milano. Autentica pioniera del fashion ha sempre amato scoprire designer italiani e stranieri emergenti, che poi sono diventati indiscusse celebrità nel mondo della moda maschile e femminile. «La moda è da sempre una parte importantissima della mia vita, fin da quando ero bambina: amavo gli abiti, i colori, creare abbinamenti e tutto quello che è novità e creatività. La mia azienda è nata come parte integrante della mia famiglia. Tutto ha avuto inizio da un sogno condiviso con mia sorella Adele, supportate dal genio imprenditoriale di mio marito Franco Limonta», ha spiegato Rosy Biffi. «Io e Adele abbiamo sempre avuto un’intesa incredibile nello stile, nella gestione delle boutique e nella gioia di viaggiare con grande entusiasmo in giro per il mondo per scovare le novità. Nella seconda metà degli anni sessanta abbiamo aperto la prima boutique in corso Genova, a cui poi sono seguite negli anni successivi quella in via Fabio Filzi e a Bergamo. In seguito, anche Kenzo e Banner in via Sant’Andrea e infine Biffi B-Contemporary in Corso Genova. Recentemente l’azienda si è ampliata ulteriormente con l’e-commerce biffi.com, una nuova sfida intrapresa tre anni fa: un progetto fortemente voluto e che, anche alla luce del complesso periodo che stiamo vivendo, si è rivelato vincente».

Quali sono stati i momenti più importanti e di svolta del suo percorso professionale?
Per me sono tutti memorabili, a partire dai viaggi all’estero alla ricerca di nuove idee e tendenze. Ricordo in particolare il primo a Londra, quando avevo 23 anni: fui letteralmente conquistata dall’energia creativa. Ancora, negli anni a seguire, Parigi, gli incontri, le grandi collezioni del prêt-à-porter come ad esempio Kenzo, Matsuda, Yohji Yamamoto, Comme des Garçons, Junya Watanabe, Sacai, e ancora Londra e New York, con John Galliano, Stella McCartney, Ralph Lauren e tanti altri. Queste città, da sempre, sono fondamentali per il nostro lavoro, come lo sono ovviamente Milano con le sue sfilate ed eventi e Firenze che, con ogni edizione di Pitti, è da sempre una imprescindibile cornice di incontri e relazioni, dove passano tutti i grandi imprenditori e operatori della moda. Un appuntamento davvero irrinunciabile, non abbiamo mai mancato un’edizione. L’internazionalizzazione ci ha imposto di continuare a viaggiare in altre nazioni e continenti (Giappone, Cina, Corea, USA, India), sempre alla ricerca di novità e, soprattutto, ispirazione.

Come è cambiata la moda maschile negli anni, dal suo debutto ad oggi?
È cambiata molto e si è evoluta percorrendo e spesso precorrendo i tempi e le svolte storiche e sociali, con una velocità e modalità non uniformi. Prima c’è stata un’evoluzione più lenta e locale, poi sempre più veloce e globale anche grazie allo sviluppo dell’e-commerce e dei social media: se prima lo stile era molto più definito, ora invece si è internazionalizzato, ci sono molti più spunti e suggestioni. Si è passati da una moda che era prevalentemente sartoriale, tranne che per una piccola nicchia, ad un qualcosa di ibrido, fluido, in cui convergono diversi stili dal casual allo sportswear, alle evocazioni street, al sartoriale rivisitato, in una contaminazione che è in continuo mutamento. Il digitale, poi, ha accelerato il processo in maniera esponenziale ed è fondamentale essere pronti ad abbracciare questi cambiamenti grazie all’aggiornamento continuo.

Quali sono le sue personali considerazioni sul futuro?
La moda maschile e femminile può dare ancora tantissimo: creatività, relazioni, soddisfazioni personali e professionali e soprattutto bellezza. Penso che il segreto sia impegnarsi e dare, rimboccarsi le maniche e buttarsi a capofitto nel lavoro. La moda per me è alla pari dei grandi sentimenti (l’amicizia, l’amore), e proprio come in questi è fondamentale dare, dare, dare. E poi confrontarsi, il confronto e il dialogo ti portano lontano, permettono di migliorare e avere successo. Tutto cercando sempre di mantenere quel coté di gioia, di magia propria del settore. I risultati poi arrivano. Sono convinta che le boutique indipendenti, grazie alla continua ricerca e alla proposta di nuove strategie di vendita che prevedano collaborazioni e pezzi speciali, una selezione curatissima e servizi particolari (veicolati in una prospettiva di omnicanalità tra fisico e digitale) avranno sempre maggior rilevanza, conquistandosi una nicchia di mercato e costruendo relazioni forti con una clientela sempre più affezionata.

Ha qualche aneddoto da raccontarci?
Ho vissuto dei momenti incredibili grazie alla moda, ho veramente mille ricordi che mi toccano il cuore e mi rendono orgogliosa del mio percorso. Primo fra tutti quello di un Gianfranco Ferré che, giovanissimo, uscito dall’università di architettura veniva tutte le sere nella nostra boutique in via Fabio Filzi: passava di lì per andare a prendere il treno per tornare a casa e mio marito Franco gli diceva sempre: “Gianfranco, tu non devi fare l’architetto, devi lavorare nella moda!”. Gli commissionò una linea di cinture, poi arrivò anche la collezione di abbigliamento. Ferré ci è sempre stato molto riconoscente per il sostegno e in tanti anni ci ha sempre ricordato con affetto. Ancora, Kenzo che aveva uno studio a Parigi minuscolo ma pieno di fascino: mi innamorai delle sue creazioni e tornai a Milano con alcuni pezzi che conquistarono le nostre clienti; Ralph Lauren, conosciuto a New York quando presentava le sue primissime collezioni e di cui mi folgorarono subito lo stile e l’eleganza innati. In generale penso sempre con orgoglio e emozione a tutti gli incontri con i tanti giovani talenti (in alcuni casi ancora studenti!) che poi sono diventati vere e proprie icone della moda: Alexander McQueen, Stella McCartney, Christopher Kane, Jacquemus e tanti altri.

MFF: Intervista a Federica Montelli (Rinascente)

«L’attitudine gender fluid sta avanzando a passo spedito»Secondo l’head of fashion del department store, la moda maschile è oggi molto influenzata dalla Gen Z. Ed è poi convinta che il futuro del buying sia “phygital”: digitale ma senza perdere il tatto 

La moda è per Federica Montelli una passione che coltiva da quando era appena adolescente e che l’ha resa oggi una delle buyer più promettenti e affermate nel panorama internazionale. Non è certo un caso che il suo particolare mix di intuito, amore e determinazione, l’abbiano portata oggi a ricoprire il prestigioso ruolo di head of fashion di Rinascente.

Come è iniziata la sua carriera? 
Sembra una banalità, ma ho sempre saputo, di voler lavorare nel mondo della moda. Si trattava ovviamente di una grande passione, che ho approfondito documentandomi instancabilmente, ed anche durante gli studi di economia, in Bocconi, dove mi sono specializzata in strategia e management delle aziende di moda. Ho iniziato poi, per una serie di circostanze a lavorare in Investment Banking, in M&A. Mi sono resa conto abbastanza velocemente di voler tornare alle mie aspirazioni originali. Il passaggio nel settore moda è stato estremamente complesso, ma con grande tenacia sono riuscita ad entrare prima in un ruolo che non sentivo pienamente mio, nel press office di Prada, poi a me più affine nel Merchandising di Sergio Rossi, al tempo parte del gruppo Gucci.

Quali sono stati i momenti più importanti e di svolta del suo percorso professionale?
Il primo momento di svolta, è stato il passaggio da una realtà mono-brand allo store multibrand, ovvero Rinascente, in qualità di Buyer. Fin da subito ho capito che la realtà dinamica ed in continuo cambiamento di un retailer di spicco come Rinascente, che tratta diverse merceologie, era più affine alla mia personalità instancabile ed in cerca di continue novità. Il secondo momento di svolta è stato quattro anni fa, quando dopo diversi anni di buying, ho preso in carico il mio attuale ruolo di head of fashion, una grande opportunità che Rinascente mi ha fornito riconoscendo in me curiosità ed un pensiero strategico innovativo. Ora seguo tutte le categorie merceologiche, dalla moda maschile a quella femminile, agli accessori, alla cosmetica, alla casa, al food, coordinando il brand mix degli store fisici ed online e settando le tendenze e temi per il buying team, nonché sviluppando progetti speciali e partnership con i brand.

Come è cambiata la moda maschile negli anni, dal suo debutto ad oggi? 
Siamo passati da un’espressione di moda maschile elegante e decisamente formale abbinata ad un’immagine di uomo alpha, passando attraverso il fenomeno dello streetwear che per certi versi ancora perdura, fino ad un relaxed/comfort tailoring pre e post pandemico. Ma è soprattutto l’attitudine gender fluid, spinta dalla Gen Z che avanza, ad aver influenzato maggiormente i parametri della moda maschile nelle ultime stagioni.

A cosa sta andando in contro il settore moda?
Il settore moda si trova in un momento di forte cambiamento, accelerato drammaticamente dalla pandemia. La digitalizzazione è un’opportunità in continua evoluzione, ma è sicuramente un challenge per aziende e generazioni ancorate in pattern strategici legati al “luogo” fisico. Anche il modo di visitare le fiere e partecipare alle sfilate è cambiato, dall’oggi al domani, e ci siamo adattati velocemente ad osservare tutto attraverso uno schermo. Il futuro è “phygital”: dobbiamo essere in grado di sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica senza perdere il “tatto” ed il contatto fisico fra di noi e con i clienti. Sono fortemente curiosa del grande impatto che avrà la ripresa del turismo sul business di tutto il settore ed altrettanto di come incideranno le nuove generazioni di high spender, che hanno un atteggiamento sempre più polarizzato fra interazione digitale sfrenata ed un approccio olistico di “quiet luxury” orientato alla qualità, al benessere e alla calma.

Ha qualche aneddoto curioso da raccontare?
Ho costruito nel tempo una collezione completa di Vogue e altre riviste di moda. Mi piace riguardare soprattutto le edizioni di fine anni ’90 inizio 2000. Conoscevo le uscite delle collezioni a memoria. Se penso al mio lavoro di adesso, tutto torna.

MFF: Stella Jean

«L’uomo è in cerca di una nuova identità»La stilista italo-haitiana racconta la sua personale visione della moda, facendosi portavoce della multiculturalità della moda senza confini di genere ed età 

«Credo che la moda maschile stia vivendo in questo momento un’intensa fase di riflessione – termine qui da intendersi, sia come pensiero che come fenomeno di rifrazione – e rappresentazione dei propri tempi che sfocia in una contemporaneità che ne sta sempre più cancellando i limiti di genere, sfumando in una nuova identità. Una nuova identità recalcitrante a subordinarsi a qualsiasi casella predefinita». A parlare è Stella Jean, la stilista italo-haitiana tra le più affermate della nuova generazione del Made in Italy. Salita alla ribalta per la sua collezione “Wax & Stripes” con cui ha vinto il concorso Who Is On Next?, progetto di fashion scouting ideato e realizzato da Altaroma. Era il 2011 e da quel momento Stella Jean, con mamma haitiana, papà torinese, ma cresciuta a Roma, ha colorato le collezioni moda di stampe, righe, fantasie, tinte accese. Un crogiolo multiculturale, ma soprattutto un messaggio di democrazia da parte di un brand che ha fatto dell’inclusività uno dei suoi principi cardine.

Qual è la sua visione sulla moda?
«È mia abitudine concentrarmi sul presente e sui fatti che devono imperativamente seguire pensieri e considerazioni, con l’obbiettivo di applicare il mio vissuto di multiculturalità alla moda. Fatta questa premessa, la moda secondo me non è da intendersi solo come approdo estetico, ma come potente megafono internazionale che permette attraverso la bellezza di fare una breccia nello spettatore. È un potente mezzo che attira l’attenzione che per me si trasforma in canale d’integrazione.

E le sue considerazioni sul futuro?
«Gli abiti possono parlare in maniera più incisiva e diretta di molte parole, è per questo che reputo la multiculturalità applicata alla moda un varco per lo sviluppo. Ridurre una collezione o una sfilata semplicemente alla somma dei suoi capi, sarebbe parzialmente irresponsabile da parte nostra. La moda maschile oggi è il riflesso di tutto questo e sta approdando in una nuova identità. Una nuova identità recalcitrante a subordinarsi a qualsiasi casella predefinita».

Come è iniziata la sua carriera?
Ho iniziato come modella e sin dalla prima volta in cui ho messo piede nell’atelier di uno stilista, sapevo di essere nel mio elemento. Ero nel posto giusto, ma nel ruolo sbagliato. Ed ho cambiato ruolo! Grazie ad una sarta italiana, che riusciva a capire e tradurre i drappeggi delle stoffe che appuntavo direttamente sul manichino e su di me  – poiché io non so disegnare, dunque modello tutto direttamente sul corpo – ho iniziato a sperimentare le prime collezioni moda. Poi un giorno trovai il modulo di partecipazione al contest per nuovi talenti della moda “Who Is On Next”. Mandai la mia candidatura due volte e due volte fui bocciata.

Ci sono stati dei punti di svolta fondamentali?
Certo. Dopo essere stata bocciata, mi sono rimboccata ulteriormente le maniche, dal momento che non mi è mai mancata una certa tenacia, e ho sempre pensato che non esiste muro che non si possa trasformare in porta quando ci credi veramente. Così mi sono ricandidata al talent scout per la terza volta. Decisi di raccontare attraverso la mia collezione ciò che fino a quel momento avevo sempre creduto essere il mio punto più debole e vulnerabile, la mia storia. Ho messo così insieme da una parte le stoffe wax quelle che in quel momento per me simbolizzavano le radici nere di Haiti – la prima Repubblica nera al mondo, un paese estremamente fiero della propria negritudine – e dall’altra i tagli e la sartoria della tradizione italiana ispirandomi alle tipiche camicie a righe di mio padre. Ho raccontato così la mia famiglia attraverso i look di una collezione multietnica. Quella collezione fu promossa. E da quella collezione è cambiata la mia vita. La mia multiculturalità, che avevo sempre pensato essere il mio tallone di Achille, divenne quel giorno il mio punto di forza e di partenza. È per questo che oggi penso che la moda sia un potente mezzo di integrazione sociale.