5 Dicembre 2021

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Economia circolare: le città possono tornare a produrre usando i rifiuti

Genova. Il concetto di Ecological Footprint, da quando è stato inventato nei tardi anni ’90 dello scorso secolo, è stato ampiamente utilizzato ed evocato almeno quanto è stato criticato. Oggi è passato un po’ in secondo piano, dopo che il fattore per assegnare la patente di buoni e cattivi è diventata la CO2 emessa. In effetti, basandosi su una conversione abbastanza grezza tra risorse consumate e superficie di terra necessaria a produrle, la EF fornisce solo un’indicazione molto approssimativa dell’impatto di una nazione, di una regione o di una città. Nonostante ciò, il suo potenziale di diagnosi e di guida per lo sviluppo di rimedi è molto più forte delle tonnellate di anidride carbonica. Anche perché non fa che tradurre in indici numerici quello che i governanti delle città-stato sapevano perfettamente: per tenere in vita la città queste dovevano controllare il territorio circostante (il contado) o trovare altri modi per approvvigionarsi (via mare, per esempio, come Genova).

Oggi per far vivere una città ci vuole molto altro rispetto al grano siciliano: energia, acqua, prodotti agricoli, materie prime, combustibili, semilavorati, prodotti finiti… Una parte consistente di tutte queste risorse ha un ciclo di vita abbastanza breve e finisce come rifiuto, da cui l’affermazione paradossale, ma con molta verità, che da un punto di vista fisico il principale prodotto delle città è la spazzatura. O almeno era. Il riciclo ed il recupero fanno ormai parte del ciclo dei rifiuti. La fase successiva, la circolarità dell’economia, comporta un salto qualitativo che ha implicazioni molto interessanti proprio per le città.

L’economia circolare, infatti, può andare a favore dell’economia cittadina in due modi. Entrambi sono stati esaminati e illustrati con esperienze concrete nel corso delle sessioni dedicate della mattinata di mercoledì 25 della Genova Smart Week. Da una parte, il ciclo dei rifiuti muove una grande quantità di risorse sul piano locale, in primo luogo attraverso la TARI, che oggi viene assorbita dalle amministrazioni, ma anche attraverso il cosiddetto contributo ambientale, derivante dalla responsabilità estesa del produttore dei beni, che va a finanziare la filiera del riciclo. Secondo i calcoli del Laboratorio REF, che ne ha trattato a Genova, si tratta di una cifra che supera gli 11 miliardi di euro. Dal momento che la “materia prima”, i rifiuti, viene prodotta in locale, intercettare almeno parte di queste risorse (anche con la riallocazione di parte della TARI a fini di economia circolare) a favore dell’economia produttiva locale con l’incoraggiamento dello stabilirsi di aziende di filiera, garantirebbe attività e posti di lavoro qualificati.

Il secondo modo è potenzialmente più strategico. L’economia circolare, per non ridursi a una gestione dei rifiuti con un altro nome più accattivante, deve essere economia, ossia deve basarsi sull’utilizzo delle materie prime seconde in uscita dal ciclo della differenziata per produrre beni, ma anche energia. Queste imprese utilizzatrici possono essere la base su cui costruire la reindustrializzazione delle città, a filiera corta e circolare ma non chiusa: niente impedisce alle città di esportare i propri prodotti circolarizzati. Verranno ricircolarizzati in altre città.

Questa visione, che potrebbe sembrare utopistica, è invece quella che muove la strategia di Confindustria-CIS Ambiente, il cui vicepresidente vicario, Alessandro Della Valle, è intervenuto nella conferenza, e che ha trovato l’assenso del direttore generale di AMIU (la municipalizzata di Genova dedicata al ciclo dei rifiuti), impegnata in un percorso di investimenti che comporta l’estensione della raccolta differenziata ma soprattutto la creazione di impianti di trattamento della FORSU e la collaborazione con le aziende private esistenti sul territorio genovese e specializzate nel ciclo dei rifiuti.