23 Settembre, 2020

Attraversare l’immagine Donne e fotografia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta XVIII Biennale Donna Palazzina Marfisa d’Este

Ferrara 20 settembre – 22 novembre 2020 A cura di Angela Madesani comunicato stampa La Biennale Donna è lieta di comunicare le nuove date e la nuova sede in cui si svolgerà la XVIII edizione della manifestazione. La mostra Attraversare l’immagine. Donne e fotografia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, a cura di Angela Madesani, inizialmente prevista in aprile, sarà allestita presso i suggestivi spazi di Palazzina Marfisa d’Este (Corso Giovecca 170, Ferrara) dal 20 settembre al 22 novembre 2020. Presenterà le opere di 13 fotografe italiane e internazionali: Paola Agosti, Diane Arbus, Letizia Battaglia, Giovanna Borgese, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Françoise Demulder, Mari Mahr, Lori Sammartino, Chiara Samugheo, Leena Saraste, Francesca Woodman e Petra Wunderlich. Il progetto si inserisce nella riflessione che dal 1984 l’UDI – Unione Donne in Italia, dedica alla creatività femminile in tutte le sue forme e linguaggi. Dopo le mostre che hanno presentato alcune delle artiste più rilevanti della scena internazionale, ultima delle quali Ketty La Rocca (2018), Attraversare l’immagine indagherà il mondo della fotografia al femminile, mettendone in luce i filoni di ricerca più originali. Numerose sono state, soprattutto negli ultimi anni, le rassegne dedicate alla fotografia delle donne. Nella maggior parte dei casi si è trattato di esposizioni che hanno presentato le opere di artiste e fotografe senza porre differenze fra i diversi ambiti di ricerca.

Guerre du Liban. Membres de la Force Internationale d’Interposition, des soldats américains ont loué une salle de l’hôtel Commodore pour organiser une soirée de danse orientale. Dans quelques jours, 243 d’entre eux vont mourir dans un attentat à l’aéroport. Beyrouth (Liban), 1983.

Attraversare l’immagine invece si concentra sulle fotografe attive in un periodo di impegno politico e sociale portante nella storia del cosiddetto secolo breve, caratterizzato da grandi mutamenti di cui le donne sono state protagoniste. La mostra si apre con ricerche a sfondo antropologico della fine degli anni Cinquanta per arrivare agli anni Sessanta, che hanno segnato l’avvio di significative lotte in nome di un cambiamento radicale della cultura e della società, per il raggiungimento di libertà individuali e di conquiste democratiche. Raggiungimenti che gli anni Settanta avrebbero estremizzato, animando, sullo sfondo di drammatici conflitti, il rapporto tra politica e cultura. Gli anni Ottanta hanno poi costituito in qualche modo il momento del riflusso: le grandi battaglie condotte per i diritti civili, per l’emancipazione delle classi sociali, delle donne, degli emarginati, sono defluite verso modi diversi di avvertire l’esistenza, soppiantando le pratiche collettive, delle quali l’arte e la fotografia si erano rese interpreti, a favore di un sentire più individuale. Le fotografe hanno saputo registrare tali cambiamenti, concentrando il proprio sguardo su temi scottanti connessi al sociale, al patrimonio antropologico, alla sfera psicologica. La mostra si apre con l’opera di Diane Arbus (1923-1971), una delle più interessanti artiste della seconda metà del XX secolo, la cui ricerca ha fatto da cerniera, da punto di svolta, a quanto era stato fatto sino a quel momento nel campo dell’immagine. Le sue fotografie hanno come soggetto i mondi paralleli alla normalità, mondi negati, che Arbus riesce a raccontare nella sua verità e crudezza, arrivando a realizzare alcune fra le fotografie più iconiche dei nostri tempi.

Continuando nel percorso espositivo, due sono i lavori che potremmo collocare nell’ambito del fotoreportage tradizionale, con una chiara propensione all’indagine sociale e antropologica. Di Chiara Samugheo (1935), alcune fotografie di ambito neorealista, parte della serie dedicata alle tarantate salentine della fine degli anni Cinquanta. Di Lori Sammartino (1924-1971), le fotografie tratte da La domenica degli italiani, un volume del 1961, corredato da un testo di Ennio Flaiano, che racconta un’Italia semplice negli anni precedenti il boom economico. Presente una selezione di opere da Morire di classe di Carla Cerati (1926-2016), pubblicato nel 1969 con Gianni Berengo Gardin per Einaudi. Una delle ricerche più significative e conosciute dell’artista, che ha contribuito a mutare la situazione manicomiale nel nostro Paese. Di grande forza le immagini di Letizia Battaglia (1935), che in sessant’anni di ricerca ha indagato potere criminale, prepotenza e corruzione in Sicilia, di cui sono esposte una serie di fotografie dedicate al mondo femminile. La mostra propone anche riflessioni dedicate ai mondi extraeuropei: due reportage di guerra ambientati in Libano e in Cambogia della francese Françoise Demulder (1947-2008), la prima donna a vincere nel 1977 il World Press Photo, il più prestigioso premio fotografico del mondo; mentre della finlandese Leena Saraste (1942) sono presentate le immagini dedicate alle “rovine” umane e architettoniche del conflitto israelo-palestinese dell’inizio degli anni Ottanta. Impegnata nella documentazione del mutamento della condizione femminile è Paola Agosti (1947), tra le più acute fotogiornaliste italiane, di cui viene presentato un intenso reportage sull’apartheid realizzato negli anni Ottanta in Sudafrica.

È legata al mondo genovese del porto la preziosa indagine di Lisetta Carmi (1924): una ricerca in cui l’uomo, il paesaggio, l’architettura giocano ruoli equivalenti. Sono dedicati al mondo dell’industria, nel momento della sua trasformazione, anche i partecipati scatti di Giovanna Borgese (1939), in cui i protagonisti sono i lavoratori e gli scioperanti – oltre agli edifici abbandonati, veri e propri esempi di fotografia industriale. La ricerca di Petra Wunderlich (1954), di matrice prettamente architettonica, travalica i confini fra generi e temi aprendo nuovi scenari. Le sue opere indagano il paesaggio dell’uomo e, in particolar modo, quelle esposte in mostra, raccontano dettagli di edifici religiosi tra Germania e Belgio. Di Mari Mahr (1941), fotografa anglo-ungherese, nata in Cile da genitori ebrei ungheresi, è la raffinata serie, di matrice letteraria e artistica, dedicata a Lili Brik, la scrittrice, artista, attrice russa, compagna e musa di Vladimir Majakovskij.

Chiude la rassegna una piccola ma significativa selezione di opere di Francesca Woodman (1958-1981), artista che ha lavorato sul disagio femminile, il proprio, dando vita a immagini di grande forza e poesia. La mostra è organizzata dal Comitato Biennale Donna dell’UDI (composto da Lola G. Bonora, Silvia Cirelli, Ada Patrizia Fiorillo, Catalina Golban, Elisa Leonini, Anna Quarzi, Ansalda Siroli, Dida Spano, Liviana Zagagnoni) e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali, Arte e Turismo. Anche per questa edizione si ringrazia per il supporto Assicoop, Coop Alleanza 3.0 e Copma. In occasione dell’esposizione sarà pubblicato un catalogo bilingue italiano e inglese con testi di Angela Madesani e di Francesca Pasini. – Attraversare l’immagine Donne e fotografia tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta A cura di Angela Madesani Sede Palazzina Marfisa d’Este, Ferrara Date 20 settembre – 22 novembre 2020 Orari 9.30 – 13.00 / 15.00 – 18.00 | Chiuso il lunedì Ingresso intero € 4,00 ridotto € 2,00 (giovani dai 18 ai 30 anni titolari della Carta Giovani, over 65 anni, studenti universitari, gruppi di almeno 15 persone, categorie convenzionate) gratuito per i gruppi scolastici Informazioni T. 0532 244949 diamanti@comune.fe.it www.artemoderna.comune.fe.it Prenotazioni https://prenotazionemusei.comune.fe.it/ UDI – Unione Donne in Italia T. 0532 206233 udi@udiferrara.it www.biennaledonna.it

Flavio Favelli Profondo Oro a cura di Pietro Gaglianò progetto speciale per Arte in Fabbrica Gori Tessuti e Casa, Calenzano (Firenze) 18 settembre 2020 – 28 marzo 2021 opening venerdì 18 settembre 2020 Da venerdì 18 settembre 2020 a domenica 28 marzo 2021 Arte in Fabbrica, nella sede storica della Gori Tessuti e Casa di Calenzano (Firenze), ospita la mostra personale Profondo Oro di Flavio Favelli (Firenze, 1967), a cura di Pietro Gaglianò. Il nuovo progetto di Favelli si sviluppa attraverso un dialogo intrecciato con gli spazi dell’azienda e con le sue attuali ricerche. Tutte le opere presentate sono inedite, concepite e realizzate per l’architettura che le accoglie: a partire dal grande dipinto su muro, che rimarrà come opera permanente su una delle facciate esterne, fino alle installazioni e alle sculture visibili negli spazi espositivi recentemente aperti al pubblico.

Il titolo della mostra, Profondo Oro, declina l’interpretazione data dall’artista di un universo sociale tutto nazionale, in gran parte consegnato alla storia ma che non smette di influenzare l’immagine che l’Italia costruisce di se stessa. Si tratta quell’aspirazione al lusso e al benessere materiale che ha caratterizzato il sogno italiano dal boom economico degli anni Cinquanta fino ai tempi più recenti, fino al vissuto dell’artista. Una temperie culturale che molto più che nello spazio pubblico si dispiega in quelli privati, nell’habitat della famiglia mononucleare incardinato sul sentimento dell’appartenenza e sull’illusione dell’apparenza. La casa, con i suoi arredi, gli accessori, le finiture, è il luogo di rappresentazione dello status sociale. Nel nido di questo micro-sistema si affresca più che l’immagine di sé il desiderio di quell’immagine: l’ottimismo di almeno due generazioni che si sono espresse nella costruzione degli scenari privati, coltivando per narcisismo un malinteso spirito di classe. Ecco perché l’oro del titolo non allude alla pregevolezza del metallo. La sua preziosità, lucente e fittizia, si riferisce invece ai rivestimenti e alle patine che travestono materiali meno nobili: dalla verniciature dei legni e delle leghe alle lucide confezioni. È un oro che oltre il primo strato ha altre profondità, di carattere sociologico, economico, culturale e anche politico: un oro che attraverso la dichiarazione di un lusso solo presunto descrive, più efficacemente del cinema e della letteratura, le speranze e gli inganni di una complessa compagine sociale.

Questo è il mondo al quale in larga parte guarda Favelli, e dal quale provengono gli elementi ricorrenti della sua estetica: uno scenario che può essere sintetizzato come un ritratto di famiglia borghese in un interno le cui parti tornano a edificare uno scenario ambivalente. Se a prima vista si potrebbe leggere un’oscillazione fra una durezza del risveglio alla realtà odierna del sogno italiano e una specie di tenerezza nostalgica per quel mondo andato in frantumi, uno dei temi centrali delle riflessioni dell’artista e della mostra, ruota attorno ad un certo immaginario che in qualche modo Favelli considera “quasi eterno”, comunque non classificabile come “cose del passato” e “memoria”, ma segni, forme, scritte e oggetti capaci di trattenere dei tratti essenziali, dei simulacri, veri e propri modelli. Delle presenze che evocano e tramandano valori che segnano il tempo e la società.

Profondo Oro si pone quindi in linea con la ricerca estetica che caratterizza il lavoro dell’artista, con la sua attenzione per la storia degli oggetti e dei materiali che indaga, decostruisce e combina in nuove forme. Così il colore oro domina il murale all’aperto e da lì si ramifica ed emerge sul corpo delle installazioni all’interno. Le due grandi sculture sono composte con ante e pannelli per specchiere di armadi e altri mobili dismessi, provenienti da questa cultura dell’arredamento. La superficie dell’opera si rivela pittorica, già tessuta in una organizzazione di segni. Il legno porta la traccia del tempo e dell’uso, del deperimento naturale dei materiali, delle ossidazioni, delle reazioni a contatto con liquidi e di altri incidenti domestici.

Il circolo delle bocce (“bowls”).

Gli spazi che guidano alla grande sala espositiva ospitano altri lavori, tra questi una installazione luminosa costruita con l’assemblaggio di alcune insegne al neon. Arte in Fabbrica, con il progetto di Flavio Favelli, dopo la mostra di Vittorio Corsini, segna il secondo episodio del progetto ideato da Fabio e Paolo Gori per conciliare i ritmi dell’azienda con l’esperienza diretta dell’arte. In questa occasione, per ampliare il tempo e le possibilità di fruizione della mostra, Arte in Fabbrica si aprirà a un programma di percorsi didattici e di appuntamenti collaterali per la visione delle opere in diversi formati di fruizione. La mostra sarà accompagnata da un volume edito dalla casa editrice Gli Ori. Flavio Favelli Profondo Oro a cura di Pietro Gaglianò progetto speciale per Arte in Fabbrica 18 settembre 2020 – 28 marzo 2021 opening venerdì 18 settembre 2020 Arte in Fabbrica – Gori Tessuti e Casa via Vittorio Emanuele 9, Calenzano (Firenze) Orari: da lunedì a venerdì 10-13 / 15-18 Informazioni: tel. 055 8876321 | arteinfabbrica@goritessuti.com