12 Agosto, 2020

Campi coltivati invece che foreste: la cultura delle scimmie è a rischio

A female capuchin monkeys (Sapajus libidinosus) while cracks a nut carrying her baby, 2 months old. Credit foto: Noemi Spagnoletti

La tradizione culturale dei cebi barbuti, scimmie sudamericane che usano strumenti, rischia di scomparire a causa della conversione agricola delle aree forestali. A lanciare l’allarme uno studio condotto in collaborazione tra Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr e università di Salisbury (Usa), che propone un nuovo criterio di tutela e conservazione delle specie in pericolo. La ricerca è stata pubblicata sull’International Journal of Primatology
L’intelligenza dei cebi è, per molti aspetti, pari a quella degli scimpanzé, il primate evolutivamente più vicino alla specie umana. Nella Fazenda Boa Vista nel sud del Piauí, Stato del nordest del Brasile, i cebi barbuti (Sapajus libidinosus) utilizzano pesanti percussori e incudini di pietra per rompere il guscio durissimo delle noci di palma. Mentre i cebi che vivono nelle mangrovie del Morro do Boi, Stato del Maranhão circa 1.200 km più a nord, usano strumenti di legno per aprire molluschi e granchi. Ma le tradizioni animali sono sempre più minacciate dall’impatto umano sugli habitat naturali, come attesta uno studio di Andréa Presotto, ricercatrice dell’università statunitense di Salisbury (Usa) condotto con la collaborazione, tra gli altri, di Elisabetta Visalberghi e Noemi Spagnoletti dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc) e pubblicato sull’ International Journal of Primatology.

Credit foto: Noemi Spagnoletti


“Queste scimmie imparano ad usare strategicamente strumenti in pietra o legno prendendo parte alla vita del gruppo, da una generazione all’altra. I loro comportamenti sono socialmente trasmessi, vengono acquisiti dai giovani che quotidianamente partecipano alle attività dei membri più esperti del gruppo, ma ci mettono anni e anni per imparare”, spiega Visalberghi, primatologa  Cnr-Istc.
“Purtroppo, Piauí e Maranhão si trovano in un’area interessata da un piano di espansione agricola iniziato trent’anni fa, che ne sta velocemente riducendo la biodiversità, mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie animali”, afferma Presotto, biogeografa dell’università di Salisbury. “Nello studio abbiamo analizzato immagini satellitari di Fazenda Boa Vista: nel 1987 non c’erano terreni agricoli, mentre abbiamo verificato un drastico cambiamento tra il 2000 e il 2017, con un aumento delle aree coltivabili di oltre il 350%. Proiezioni al 2034 prevedono un’ulteriore diminuzione delle aree umide e rocciose a causa dell’erosione del suolo. A Morro do Boi la situazione non è migliore. Già nel 1987 il 2% dell’area era stata convertita all’agricoltura, ma fra 2000 e 2017 l’agricoltura intensiva è aumentata del 323% e la simulazione indica che nel 2034 metà della foresta di mangrovie sarà convertita e/o degradata”.
“La degradazione dell’habitat minaccia la sopravvivenza di queste popolazioni di cebi e le loro tradizioni culturali, che sono uniche. L’uso di strumenti dipende non solo dalle condizioni ambientali, come la disponibilità di frutti di palma e la presenza di rocce da usare come incudini, ma anche dalle tradizioni messe a punto solo da alcune popolazioni”, ribadisce Spagnoletti, primatologa che collabora con il Cnr-Istc. “I criteri finora utilizzati per pianificare gli interventi delle politiche di conservazione delle specie riguardano diversità genetica e consistenza numerica. 

Oggi diventa fondamentale considerare se una certa popolazione possiede tradizioni culturali non presenti altrove: la stessa logica che si applica alla tutela delle popolazioni umane che rischiano di scomparire.

I Sapajus libidinosus che vivono a Fazenda Boa Vista possiedono numerose tradizioni assenti altrove che non possiamo permetterci di perdere”.
“Tutelare le popolazioni animali che possiedono conoscenze culturali uniche è importante come proteggere l’habitat in cui la specie vive”, prosegue Visalberghi. “Due articoli pubblicati su Science, nel 2019, da Philippa Brakes dell’Università di Exeter e Hjalmar Kühl del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, con i loro collaboratori, illustrano questo concetto con vari esempi. Nei gruppi matriarcali degli elefanti, le femmine adulte con più esperienza sono il punto di riferimento del gruppo: un piano per tutelare questa specie dovrebbe quindi concentrarsi sulle femmine adulte piuttosto che sui giovani.

E per quanto riguarda gli scimpanzé, l’uomo distrugge, con le risorse naturali dove vivono, anche i processi di apprendimento sociale dei loro comportamenti culturali”.
Di queste scimmie così speciali si occuperà il servizio “Salvate la cultura dei cebi”, realizzato con la collaborazione del Cnr-Istc, che andrà in onda il 29 luglio nel programma Superquark di Rai1.